Sono stati gli studenti, non un ministero, a chiedere di vietare per legge i social ai minori di 14 anni. Le Consulte Provinciali del Veneto hanno approvato una proposta in questo senso, che punta anche a portare più educazione digitale nelle aule. Attenzione però: è una richiesta, non una legge. Al momento nulla cambia per famiglie e ragazzi, e non c'è alcun obbligo in vigore.

A rilanciare la notizia è stata l'agenzia ANSA. Secondo quanto riferito, la proposta sarebbe stata approvata all'unanimità dai rappresentanti degli studenti veneti riuniti nelle Consulte, l'organismo che raccoglie i delegati degli istituti superiori a livello provinciale.

Cosa chiedono davvero i ragazzi

La proposta si muove su due binari. Il primo è il blocco dell'accesso alle piattaforme social fino ai 14 anni, presentato come tutela della crescita psicologica e relazionale dei più piccoli. Il secondo, altrettanto importante nelle intenzioni, è un percorso educativo obbligatorio che parta già dalla scuola primaria e prosegua alle medie, per insegnare fin da subito un uso critico e consapevole degli strumenti digitali.

Il punto interessante è il tono: i ragazzi tengono a precisare che non vogliono demonizzare la tecnologia. La riconoscono come una risorsa utile, ma chiedono di "rimetterla al suo posto" — uno strumento di supporto, non il centro della vita quotidiana. È un messaggio che arriva da chi quei social li usa ogni giorno, ed è questo a renderlo insolito.

Come dovrebbe funzionare il controllo dell'età

La parte più concreta della proposta riguarda la verifica dell'età, oggi il vero tallone d'Achille di qualsiasi limite ai social: basta dichiarare una data di nascita falsa per aggirarlo. Gli studenti immaginano invece un controllo reale e certificato, agganciato alla Carta d'Identità Elettronica (CIE) e ai sistemi informatici del Ministero dell'Interno, da attivare al momento dell'iscrizione alle piattaforme.

Si tratta, va detto con chiarezza, di un'ipotesi contenuta nella proposta studentesca, non di un meccanismo già esistente o deciso da qualcuno. Sul piano tecnico e su quello della privacy un sistema del genere aprirebbe questioni tutt'altro che semplici, che spetterebbe eventualmente al legislatore affrontare.

La voce degli studenti

A dare il senso della richiesta è il coordinatore regionale delle Consulte del Veneto, Alessandro Gianesini, secondo cui la loro è la prima generazione cresciuta esposta ai social fin da piccola, con la sensazione di aver perso qualcosa per strada — in particolare, ha spiegato, lo "stare insieme". È una riflessione che ribalta la narrazione abituale: qui non sono gli adulti a mettere in guardia i ragazzi, ma i ragazzi stessi a chiedere una pausa.

Cosa cambia adesso (poco o nulla)

Sul piano pratico, per ora, non cambia niente. Non esiste un divieto in vigore, non c'è una legge approvata né una scadenza da rispettare. Quella delle Consulte venete è una proposta rivolta alla politica e all'opinione pubblica: perché diventi realtà servirebbe un'iniziativa parlamentare e un percorso legislativo che, ad oggi, non risulta avviato.

Il tema, però, non nasce dal nulla. Il rapporto tra minori, social e benessere psicologico è da tempo al centro del dibattito, in Italia e in Europa, e diversi Paesi stanno ragionando su limiti d'età più stringenti per l'accesso alle piattaforme. La presa di posizione degli studenti veneti si inserisce in questa discussione più ampia e, arrivando direttamente da loro, difficilmente passerà inosservata.

Per docenti e famiglie il segnale è comunque utile: conferma che l'educazione all'uso dei media digitali — quella che i ragazzi chiedono di rendere strutturale fin dalle elementari — resta uno dei terreni su cui la scuola è chiamata a lavorare, indipendentemente da come andrà a finire la proposta.