Riforma degli Istituti Tecnici: meno spazio ad alcune materie e timori per l’occupazione dei docenti
Il Decreto Ministeriale n. 29 del 2026 introduce una revisione significativa nell’organizzazione degli istituti tecnici italiani. Pur mantenendo invariato il monte ore settimanale totale per gli studenti, il provvedimento modifica la distribuzione interna delle discipline. Questo intervento, apparentemente tecnico, comporta effetti concreti sull’equilibrio tra le materie e solleva preoccupazioni soprattutto tra i docenti delle aree comuni, che rischiano una riduzione delle ore di insegnamento.
Ridisegnata la distribuzione delle ore tra le discipline
A grandi linee la riforma mira a rafforzare le materie di indirizzo e le attività pratiche, riducendo il peso delle discipline generali.
Nel biennio restano stabili le ore di italiano, inglese e matematica, mentre altre materie subiscono una contrazione. In particolare, la geografia vede diminuire il proprio spazio settimanale, mentre le scienze vengono accorpate e ridotte nel numero complessivo di ore.
Nel triennio, il cambiamento diventa ancora più evidente: l’italiano perde un’ora nell’ultimo anno e cresce parallelamente il numero di ore dedicate alle discipline di indirizzo, che assumono un ruolo sempre più centrale nel percorso formativo.
A ciò si aggiunge una quota di flessibilità affidata all’autonomia scolastica, che contribuisce a rendere più variabile l’organizzazione didattica.
Docenti a rischio tra riduzione delle ore e cattedre incomplete
Almeno sulla carta le conseguenze più rilevanti di questa riforma riguardano il personale docente.
La diminuzione delle ore in alcune discipline rende più difficile costituire cattedre complete, soprattutto per insegnamenti come geografia, scienze, diritto ed economia.
Questo scenario potrebbe tradursi in una maggiore frammentazione degli incarichi e in un aumento della precarietà lavorativa.
Sebbene non vi sia un taglio complessivo delle ore di lezione per gli studenti, la redistribuzione interna incide direttamente sul fabbisogno di docenti.
In sostanza, meno ore per alcune materie significa anche minori possibilità di incarico stabile per chi le insegna, con il rischio concreto di esuberi o di dover completare l’orario su più scuole.
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