Istituti tecnici, Valditara: "Attuiamo la riforma nel dialogo". I sindacati: "Così si taglia la cultura di base"
Dal prossimo settembre la riforma degli istituti tecnici entra in vigore per le classi prime. Il Ministro parla di modernizzazione e dialogo con le scuole. Sindacati e associazioni di categoria rispondono con lettere, emendamenti e richieste di rinvio. Nel mezzo ci sono meno ore di italiano, geografia quasi azzerata in alcuni indirizzi e classi di concorso ancora da definire.
La riforma degli istituti tecnici è legge. Il Decreto Ministeriale n. 29 del 19 febbraio 2026, registrato dalla Corte dei Conti il 6 marzo, ridefinisce l'intero assetto ordinamentale degli istituti tecnici e si applicherà alle classi prime a partire dall'anno scolastico 2026/2027. Non è una sperimentazione, non è una proposta: è già in vigore. E la macchina scolastica, tra presidenti di consiglio di istituto che riuniscono i collegi docenti e scuole che riorganizzano gli organici senza ancora sapere a quali classi di concorso associare le nuove discipline, sta cercando di applicarla in un clima che Valditara definisce di "dialogo" e che i sindacati descrivono con parole molto diverse.
Cosa prevede il decreto
L'impianto della riforma punta a rendere gli istituti tecnici più vicini al mondo delle imprese, introducendo una metodologia didattica per competenze organizzata per Unità di Apprendimento (UdA), potenziando le discipline STEM, valorizzando laboratori e compresenze tra docenti teorici e tecnico-pratici (ITP), e aprendo alla possibilità di affidare alcuni insegnamenti a esperti provenienti direttamente dal mondo del lavoro.
Il quadro orario complessivo rimane a 32 ore settimanali, ma cambia profondamente la distribuzione interna. L'area di istruzione generale — quella che comprende italiano, storia, matematica di base, lingue e scienze — viene ridotta per lasciare spazio alle discipline di indirizzo e ai laboratori. Una quota significativa del monte ore, tra le 132 e le 231 a seconda dell'anno, viene affidata all'autonomia delle singole scuole, che decidono come distribuirla in base alle esigenze del territorio e alle richieste delle imprese locali.
La riforma si intreccia con la filiera tecnologico-professionale 4+2, che prevede quattro anni di istruzione secondaria seguiti da due anni negli ITS Academy. Il collegamento non è casuale: i nuovi quadri orario sono pensati per rendere più agevole il raccordo tra il percorso quinquennale e questo sbocco accelerato verso la professione.
Le materie che perdono ore
È qui che si concentra il fuoco delle critiche. Le riduzioni più significative riguardano alcune discipline che i sindacati definiscono "materie di base" e che rappresentano il fondamento della formazione culturale degli studenti.
Italiano: in alcune configurazioni del triennio le ore settimanali scendono da quattro a tre. Il Ministero precisa che l'obiettivo non è eliminare la formazione umanistica ma orientarla verso competenze comunicative integrate con i contesti professionali. I sindacati replicano che tagliare un'ora di italiano significa ridurre lo spazio dedicato alla lettura, alla scrittura e al pensiero critico — esattamente ciò di cui le nuove generazioni avrebbero più bisogno.
Geografia: è la disciplina più colpita in proporzione. Nel settore tecnologico-ambientale l'insegnamento scende a una sola ora settimanale nel primo anno. Nel settore economico le ore di geografia economica nel biennio passano da sei a tre, parzialmente compensate da un'ora di geografia nell'area generale. Nell'indirizzo turismo la geografia sparisce completamente dal triennio — una scelta particolarmente contestata, dato che la geografia turistica era uno dei pochi ambiti in cui la disciplina trovava spazio e connessione diretta con l'indirizzo professionale. Per i docenti della classe di concorso A21, che insegnano esclusivamente negli istituti tecnici e professionali, la riduzione del monte ore mette direttamente a rischio la stabilità delle cattedre.
Seconda lingua comunitaria: nell'indirizzo Relazioni Internazionali per il Marketing (RIM) le ore scendono da tre a due nel biennio, fino a una sola ora nell'ultimo anno del triennio. Una riduzione che nel caso specifico appare contraddittoria rispetto all'obiettivo dichiarato di formare profili adatti al mercato internazionale.
Scienze sperimentali: fisica, chimica e biologia vengono accorpate in un'unica disciplina nel biennio, con monte ore dimezzato. Secondo i critici, questa fusione rende impossibile trattare con adeguata profondità ciascuna delle tre materie.
Il nodo irrisolto: le classi di concorso
C'è un problema tecnico che sovrasta tutto il resto e che spiega buona parte del "forte malessere" denunciato dalla FLC CGIL nella lettera formale inviata al Ministro Valditara: i nuovi quadri orario sono stati pubblicati senza il contestuale decreto sulle classi di concorso. Le scuole devono organizzare gli organici per settembre, ma non sanno ancora quali docenti assegnare a quali discipline del nuovo assetto. Una circostanza che la FLC CGIL definisce di "grave criticità" e che rende concretamente impossibile una pianificazione seria nei tempi richiesti dalla procedura.
Il Ministero ha anche posticipato l'incontro già calendarizzato con le organizzazioni sindacali, un gesto che i rappresentanti dei lavoratori leggono come un segnale di evidente difficoltà politica nella gestione di questo passaggio.
La posizione del Ministro
Valditara ha risposto alle critiche ribadendo che la riforma rappresenta una modernizzazione necessaria per aggiornare un sistema — quello dell'istruzione tecnica — rimasto sostanzialmente invariato dal 2010. Ha difeso l'approccio per competenze, il raccordo con il mondo delle imprese e l'apertura agli esperti esterni come strumenti per rendere la formazione tecnica "un pilastro di serie A" del sistema scolastico italiano. Sull'accusa di non aver consultato la comunità scolastica, il Ministro ha parlato di "dialogo con le scuole", pur riconoscendo che il percorso attuativo presenti ancora alcuni aspetti da definire.
I numeri della filiera 4+2, però, raccontano una storia parzialmente diversa da quella del successo dichiarato: per l'anno 2026-2027 si sono iscritti a questo percorso circa 10.500 studenti, il 4% del totale degli iscritti agli istituti tecnici e professionali. Un risultato in crescita rispetto all'anno precedente, ma ancora lontano dall'impatto di massa auspicato.
Le richieste dei sindacati: rinvio al 2027
La risposta del fronte sindacale è compatta nella diagnosi anche se diversificata nelle sfumature. La FLC CGIL ha inviato una lettera formale a Valditara chiedendo l'approvazione di un emendamento al Decreto-Legge 19 febbraio 2026, n. 19 che sposti l'avvio della riforma all'anno scolastico 2027/2028, garantendo il tempo necessario per "un reale confronto e coinvolgimento dell'intera comunità scolastica sul merito dei contenuti".
La Gilda degli Insegnanti, attraverso il coordinatore nazionale Vito Carlo Castellana, ha parlato di "operazione che risparmia poco allo Stato ma produce un grave danno didattico", definendo l'assenza di confronto un ulteriore "tassello nello smantellamento della scuola pubblica intesa come strumento di emancipazione sociale". L'Associazione Italiana Insegnanti di Geografia (AIIG) ha a sua volta trasmesso a sindacati e istituzioni un documento con proposte concrete per compensare la riduzione delle ore, tra cui l'assegnazione stabile della geografia del biennio alla classe A21 e l'attribuzione della disciplina Turismo e territorio alla stessa classe.
La FGU ha sollevato inoltre una questione di metodo: il decreto è stato emanato con i nuovi quadri orari dopo la conclusione delle iscrizioni alle classi prime, il che significa che famiglie e studenti hanno scelto il percorso senza conoscere i cambiamenti che li attendevano.
Un cambio di modello, non solo di orari
Al di là delle singole ore in meno su questa o quella materia, il nodo politico che attraversa tutta la discussione è più profondo. La riforma degli istituti tecnici non è una revisione tecnica dei quadri orari: è una scelta di campo su quale tipo di formazione offrire a chi sceglie questo percorso.
L'avvicinamento al mondo delle imprese, l'accorpamento delle materie scientifiche, la riduzione delle discipline umanistiche e la possibilità di affidare insegnamenti a esperti aziendali delineano un modello in cui la scuola tecnica si specializza sempre più nella formazione professionale immediata e sempre meno nella costruzione di una cultura di base trasversale. Chi condivide questa direzione la chiama modernizzazione. Chi la contesta la chiama impoverimento.
La risposta definitiva arriverà nei prossimi mesi, quando le scuole inizieranno a fare i conti con l'attuazione concreta — classi di concorso, organici, nuovi programmi — e quando gli studenti della prima generazione riformata si siederanno per la prima volta sui banchi di un istituto tecnico che, dal prossimo settembre, funzionerà in modo diverso da come ha funzionato negli ultimi sedici anni.