Con la conclusione degli esami di Maturità e il ritorno a una temporanea normalità per la didattica, tornano al centro del dibattito anche le parole che rivolgiamo ai più giovani. Spesso, di fronte a un traguardo raggiunto o a un impegno portato a termine con successo, la reazione spontanea degli adulti si rifugia in un grande classico: «Hai fatto solo il tuo dovere». Una frase apparentemente di buonsenso, pensata forse per ridimensionare l'enfasi e tenere i piedi ben per terra, ma che secondo molti esperti cela un meccanismo educativo logoro e potenzialmente dannoso.

A smontare questo mito ci ha pensato lo scrittore e docente Enrico Galiano attraverso un intervento pubblicato sui suoi canali social, che ha riacceso il confronto tra insegnanti, genitori e addetti ai lavori sul peso emotivo delle parole che usiamo a scuola e in famiglia.

Le ragioni per cambiare approccio secondo Galiano

Nel suo intervento, Galiano individua i motivi principali per cui questa espressione andrebbe decisamente archiviata, offrendo uno spunto di riflessione che affonda le radici nel vissuto di intere generazioni di studenti cresciute sotto il segno del "minimo sindacale" emotivo.

Il primo aspetto riguarda la svalutazione dell'impegno straordinario. Quando un ragazzo o una ragazza si dedicano anima e corpo a un obiettivo — che sia la preparazione di un esame complesso o il superamento di una difficoltà personale — sentirsi rispondere che "era il loro dovere" cancella di fatto la fatica, la dedizione e la passione investite. È un modo per negare il valore del percorso compiuto, riducendo tutto a una mera spunta su una lista di obblighi burocratici.

Il secondo punto tocca la sfera della gratificazione e della motivazione intrinseca. Gli adulti spesso temono che fare i complimenti o celebrare un successo faccia montare la testa ai giovani, spingendoli all'arroganza. In realtà, il riconoscimento dello sforzo e del merito è il carburante principale per costruire l'autostima. Negare una parola di incoraggiamento caloroso significa rischiare di spegnere quella scintilla di entusiasmo che rende lo studio non solo un obbligo sociale, ma un'opportunità di crescita personale.

Infine, c'è il tema dell'eredità educativa che lasciamo. Una generazione cresciuta a suon di rimproveri mascherati da dovere rischia di diventare un gruppo di adulti incapaci di riconoscere il proprio valore, sempre alla ricerca di un'approvazione esterna che non arriva mai, perché "fare il proprio dovere" viene dato costantemente per scontato, mentre gli errori vengono invece ingigantiti.

Un invito all'ascolto e al riconoscimento

La riflessione lanciata dal docente non punta a giustificare la pigrizia o a eliminare le regole, ma a ridefinire il patto educativo tra generazioni. Riconoscere il valore di un traguardo non significa fare sconti sull'impegno, ma restituire dignità alla fatica quotidiana dei ragazzi. Spesso, dietro un voto alto o un esame superato, ci sono mesi di fragilità gestite in silenzio, notti in bianco e insicurezze superate passo dopo passo.

Smettere di dire «hai fatto solo il tuo dovere» vuol dire iniziare a dire «ho visto quanto ti sei impegnato e sono fiero di te». Un cambio di prospettiva sottile ma profondo, che potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui i nostri studenti vivono la scuola e le sfide del futuro.