Chi punta a diventare professore o ricercatore universitario non dovrà più conquistare prima l'Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN): la riforma del reclutamento universitario è stata approvata in via definitiva dalla Camera il 7 luglio scorso e cancella quella che per quindici anni è stata la "porta d'ingresso" alle carriere accademiche. Attenzione però: la legge non è ancora in vigore, perché attende la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, e diverse regole concrete arriveranno solo con i decreti attuativi.
Il testo era già stato licenziato dal Senato lo scorso dicembre; martedì 7 luglio l'aula di Montecitorio lo ha confermato senza modifiche, con 122 voti favorevoli, 70 contrari e 3 astenuti. Da quel voto il provvedimento è diventato legge dello Stato, ma per produrre effetti dovrà prima essere pubblicato e poi accompagnato dai provvedimenti di attuazione.
Cosa sparisce e cosa arriva al suo posto
Fino ad oggi, per partecipare ai concorsi banditi dai singoli atenei bisognava aver ottenuto l'ASN, una sorta di "patente" nazionale rilasciata da commissioni per ciascun settore. La riforma manda in archivio questo passaggio, modificando la legge 240 del 2010. Al posto dell'abilitazione preventiva, i candidati dovranno certificare in autonomia il possesso di specifici requisiti di produttività e qualificazione scientifica, tramite una dichiarazione sostitutiva da inoltrare per via telematica.
Quali siano di preciso questi requisiti, però, oggi non lo sappiamo ancora: secondo quanto previsto dal provvedimento, saranno fissati con un decreto ministeriale, su proposta dell'ANVUR e sentito il CUN, entro 90 giorni dall'entrata in vigore della legge. È qui che si giocherà buona parte della partita, perché il livello delle soglie deciderà quanto sarà davvero selettivo il nuovo sistema.
Concorsi tutti in mano agli atenei
Con l'addio all'ASN, la selezione passa interamente ai singoli atenei, attraverso concorsi locali gestiti su piattaforma digitale. Le commissioni saranno composte da un membro designato dall'università e da una maggioranza di commissari esterni estratti a sorte da liste nazionali. È prevista inoltre una prova didattica per valutare i candidati non solo sui titoli, ma anche sulla capacità di insegnare.
Un altro tassello riguarda la valutazione dopo l'assunzione: secondo il testo, i neoassunti saranno sottoposti a una verifica da parte dell'ANVUR trascorsi tre anni dall'ingresso in ruolo. Novità anche sulla mobilità: professori e ricercatori a tempo indeterminato in servizio da almeno cinque anni potranno chiedere il trasferimento in un altro ateneo, con il doppio assenso delle università coinvolte e nel rispetto degli equilibri di bilancio.
Chi ha già l'ASN o un concorso in corso
Se questo è il punto che ti riguarda da vicino, ecco la parte pratica. Chi ha già ottenuto l'ASN la conserva: l'abilitazione resta valida fino alla sua naturale scadenza e permette di continuare a partecipare alle procedure di reclutamento. Le procedure concorsuali già avviate prima dell'entrata in vigore proseguiranno con le regole precedenti, senza effetti retroattivi, e anche le commissioni ASN attualmente al lavoro andranno a completare i procedimenti in corso. La transizione, insomma, sarà graduale e non azzererà ciò che è già partito.
Perché la riforma e le critiche
Il Governo motiva l'intervento con i limiti mostrati dal sistema attuale. Il numero elevato di abilitati rispetto alle chiamate effettive è uno dei dati più citati: dal 2012 gli abilitati sono stati oltre 71.000, a fronte di poco meno di 40.000 chiamate in ruolo. A questo si aggiungono un contenzioso amministrativo cresciuto negli anni e i fenomeni di localismo mai del tutto superati.
La ministra dell'Università Anna Maria Bernini ha rivendicato l'obiettivo di chiudere «una stagione segnata da una burocrazia soffocante, da procedure poco trasparenti», parlando di più qualità nel reclutamento e di maggiore autonomia, e quindi responsabilità, per gli atenei nelle scelte.
Non mancano però le obiezioni. Le opposizioni parlamentari hanno criticato duramente il testo: per la capogruppo Pd in commissione Cultura Irene Manzi la riforma «stravolge il reclutamento universitario, abolendo ogni selezione nazionale e localizzando totalmente i concorsi», con possibili ricadute sulla qualità e sulla trasparenza. Critiche sono arrivate anche da associazioni universitarie e da numerose società scientifiche, secondo cui il maggior peso delle singole università rischia di favorire i cosiddetti concorsi "su misura".
Cosa fare adesso
Nell'immediato non c'è nulla da presentare: non ci sono scadenze aperte legate alla riforma e le nuove regole non si applicano finché la legge non entra in vigore. I passaggi da tenere d'occhio nei prossimi mesi sono due: la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, che farà partire il conto alla rovescia, e soprattutto il decreto sui requisiti di accesso, atteso entro 90 giorni da quel momento. Sarà quel decreto a chiarire, in concreto, quali titoli serviranno per candidarsi ai concorsi. Per chi ha già l'abilitazione o una procedura in corso, invece, per ora non cambia nulla: si continua con le regole di prima.




