Il personale del comparto istruzione e ricerca riceve gli stipendi più bassi di tutto il pubblico impiego. È quanto emerge dal dossier «Conoscenza sottocosto», presentato dalla FLC CGIL nel corso di una conferenza stampa lo scorso 29 ottobre.
Il documento descrive la perdita del potere d'acquisto delle retribuzioni nella scuola, nell'università, nella ricerca e nell'Afam, delineando un quadro di complessivo definanziamento dei settori. Negli ultimi quattro anni l'inflazione cumulata ha raggiunto il 25,67%, a fronte di un aumento medio degli stipendi nella scuola dell'11,83%.
Secondo i calcoli del sindacato, per coprire l'inflazione la retribuzione media nella scuola dovrebbe attestarsi a regime nel 2027 su 37.492 euro l'anno, mentre quella effettiva sarà di 33.363 euro, determinando una perdita di 4.129 euro. Considerando il deficit maturato anno per anno nel sessennio 2022-2027, la perdita totale complessiva per ciascun lavoratore ammonta a 21.507 euro.
- Università: i funzionari, gli amministrativi, gli operatori e i collaboratori linguistici hanno subito una perdita media di 3.476 euro, con stipendi effettivi medi pari a 29.669 euro a fronte dei 33.145 euro necessari per mantenere il potere d'acquisto.
- Afam: un docente con oltre 34 anni di servizio, con una retribuzione effettiva di 49.867 euro, perde 5.860 euro, mentre le altre professioni registrano perdite che vanno da 2.527 a 4.476 euro.
- Ricerca: i ricercatori e i tecnologi evidenziano una perdita del 13,73%, mentre il personale tecnico e amministrativo segna un -12,36%.
Il dossier evidenzia inoltre come il personale dell'istruzione e ricerca percepisca in media il 18,81% in meno su base annua rispetto al resto del pubblico impiego, un divario che sale al 27,27% nel confronto con la sanità. Anche il confronto europeo penalizza l'Italia: un docente di scuola media con 15 anni di anzianità guadagna in Italia 32.892 euro l'anno, contro i 39.273 euro del collega francese e i 45.572 euro di quello spagnolo. La spesa pubblica per l'istruzione in Italia si attesta al 4% del PIL, rispetto al 4,7% della media dell'Unione europea.
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