«Tutto quello che è stato il mio dolore ho voluto trasformarlo in qualcosa di positivo per me e per gli altri, cercando soluzioni, possibilità, opportunità». A raccontarlo è Giovanna Cardile, pedagogista e insegnante, che a cinque anni ha visto il padre uccidere la madre e la nonna.

La sua testimonianza è stata portata nel campus piacentino dell’Università Cattolica, nell’ambito della Settimana del Dono, davanti agli studenti delle Facoltà di Economia e di Giurisprudenza, come riporta la testata IlPiacenza.

La storia e la rinascita

I fatti risalgono alla notte di Pasqua del 6 aprile 1985, a Messina. Rosalba Tedesco, 29 anni, dopo anni di violenze aveva denunciato il marito e deciso di separarsi. L’uomo uccise lei e la suocera, Elvira Trapassi. «Da quel giorno, ogni Pasqua il mio cuore è triste», ha ricordato Cardile.

A salvarla è stata una famiglia adottiva: «Io il mio dolore l’ho tenuto in un piccolo angolo del mio cuore, ma i miei genitori adottivi mi hanno lasciato sempre libera di decidere se leggere le lettere di "lui" (la parola papà l’ho sempre riservata a chi mi ha cresciuta) se tenere i regali che mi mandava». Con l’aiuto di avvocati, magistrati e insegnanti ha scelto di prendere un nuovo cognome, simbolo della sua rinascita. Al padre adottivo deve inoltre l’insegnamento più grande: «Mi ha insegnato a non odiare chi mi ha tolto mamma e nonna».

Il percorso civile e l'impegno per gli orfani invisibili

Oggi Cardile lavora con Confindustria Piacenza a una campagna sociale, denominata #IoNonSonoInvisibile, per mappare gli enti che aiutano gli orfani di femminicidio. «Siamo chiamati gli orfani invisibili, è evidente che qualcosa vada cambiato», ha spiegato, ricordando che a inizio settembre, grazie all’onorevole Tommaso Calderone e a un gruppo di lavoro, è stata depositata in Parlamento la richiesta di istituire la Giornata Nazionale per gli orfani di femminicidio il 12 gennaio. «Nei concorsi pubblici, tra i titoli di preferenza, noi non risultiamo. Ora è doveroso che anche lo Stato faccia la sua parte».

Il 15 giugno scorso ha ricevuto il Diploma alla Memoria consegnato alla madre, che «avrebbe voluto studiare, ma lui l’ha uccisa anche per questo desiderio di libertà». Da qui il messaggio rivolto ai giovani: «La libertà culturale è fondamentale, almeno quanto quella economica. Nessuno può dirvi cosa studiare, come vestirvi, se lavorare o meno».

Nel corso dell'incontro, introdotto dalle professoresse Priscilla Bertelloni e Roberta Casiraghi, si è riflettuto anche sul versante giuridico del fenomeno e sulla necessità di educare al rispetto fin dalla scuola primaria, coinvolgendo famiglie e docenti.