Parte oggi, martedì 29 settembre, la sperimentazione che vieta di fatto lo smartphone in aula al Liceo classico Parini di Milano. All'ingresso dell'istituto, gli studenti consegnano il proprio telefono per riporlo in armadietti blindati, uno per ogni classe, e lo ritroveranno solo all'uscita. La misura, frutto di un percorso condiviso tra corpo docente, rappresentanti degli alunni e famiglie, nasce per tutelare la concentrazione durante le lezioni e ricostruire spazi di relazione diretta tra i banchi.
Come funziona la consegna all'ingresso
Il meccanismo è semplice e scandisce il ritmo della giornata scolastica. Al suono della campanella d'ingresso, ogni classe si ferma davanti al proprio armadietto — definito «blindato» per sottolinearne la sicurezza — e depone i dispositivi. Le chiavi restano in custodia ai collaboratori scolastici o ai referenti di classe designati. Nessun telefono segue lo studente in aula, nei corridoi durante l'intervallo, in palestra o in mensa. La restituzione avviene soltanto al termine delle lezioni, quando la giornata didattica è conclusa.
Non si tratta di un divieto calato dall'alto. Secondo quanto riporta il Corriere della Sera, la decisione è maturata dopo mesi di confronto: assemblee di istituto, riunioni del consiglio d'istituto e sondaggi tra le famiglie. La maggioranza ha accolto la proposta della dirigenza e di un gruppo di docenti convinti che la presenza costante dello schermo — anche solo nella tasca o sul banco, spento ma a portata di mano — frammenti l'attenzione e inibisca la partecipazione attiva.
Obiettivo: attenzione e relazioni, non solo divieto
Il cuore della sperimentazione non è punitivo. L'obiettivo dichiarato è creare le condizioni per una «didattica profonda», dove lo sguardo dell'insegnante incrocia quello degli alunni senza la mediazione — né la distrazione — di una notifica. I promotori dell'iniziativa sottolineano come l'intervallo stesso cambi volto: senza il rifugio nello schermo, i ragazzi tornano a parlarsi, a giocare a carte, a sfogliare un libro o semplicemente a guardarsi intorno.
«Vogliamo restituire tempo e spazio alla presenza», è la sintesi che emerge dal confronto interno. La scelta del Parini si inserisce in un dibattito nazionale più ampio sull'uso dei dispositivi personali a scuola, ma si distingue per il metodo: non un regolamento imposto con sanzioni, ma un patto educativo sottoscritto dalla comunità scolastica.
Le prime reazioni e il monitoraggio
Questa mattina, all'apertura dei cancelli, l'atmosfera era descritta come ordinata. Qualche studente ha mostrato perplessità per l'impossibilità di controllare l'orario o messaggi urgenti dai genitori, ma la procedura di consegna si è svolta senza intoppi. La dirigenza ha previsto momenti di verifica periodica: questionari anonimi per studenti e docenti, confronti in consiglio di classe e un bilancio a fine quadrimestre per decidere se confermare, modificare o estendere la misura.
Le famiglie, informate per tempo, hanno garantito la reperibilità attraverso i canali ufficiali della segreteria per ogni evenienza, sgravando i ragazzi dall'ansia di dover essere sempre connessi. È un dettaglio non secondario: la scuola si assume la responsabilità della comunicazione urgente, liberando gli alunni da un carico che non spetta a loro.
Un precedente che fa scuola
Il Liceo Parini non è il primo istituto italiano a sperimentare il «cellulare zero», ma la sua storia e la sua collocazione nel centro di Milano ne fanno un osservatorio privilegiato. L'esperienza verrà seguita con attenzione da altri dirigenti scolastici e dall'amministrazione centrale, in cerca di modelli replicabili che non si riducano a circolari repressive.
Per ora, nei corridoi del Parini si sente un rumore diverso: voci, passi, risate. Il suono delle notifiche è rimasto chiuso negli armadietti.




