C’è chi divide l’aula in due categorie: gli studenti che imparano senza sforzo e quelli che richiedono un’attenzione costante. E poi c’è chi, come Marta Frisenda, insegnante a Pergine Valsugana, ha scelto di rifiutare questa distinzione, vedendo nel docente di sostegno non una figura di assistenza, ma un motore per far fiorire le potenzialità di ogni alunno.

Il percorso professionale di Marta non è iniziato tra le fila del sostegno, ma sulla cattedra di lingua tedesca. Già in quegli anni, la sua priorità era non lasciare indietro nessuno: «Il tedesco non è una materia molto amata. Io ho sempre cercato di farlo arrivare a tutti, mi incaponivo finché ogni ragazzo afferrasse la regola e il concetto, passavo i pomeriggi a inventarmi di tutto, metodi alternativi per spiegare la grammatica, persino i fumetti», racconta, descrivendo la cattedra come un laboratorio umano in continuo divenire.

La scelta del sostegno: una decisione consapevole

La svolta è arrivata lavorando fianco a fianco con i colleghi specializzati. In quello scambio di prospettive tra i banchi, Marta ha compreso che la sua strada era un’altra. «Non ho mai pensato al sostegno come a un ripiego. Volevo proprio che fosse una scelta consapevole, capace di riempire di senso il mio lavoro, ogni giorno», spiega. Dopo la specializzazione conseguita a Rovereto, ha abbandonato l’insegnamento della materia di indirizzo per dedicarsi a tempo pieno a un’idea di scuola in cui l’inclusione non sia solo uno slogan, ma una pratica quotidiana.

Per lei, l’esperienza personale al liceo — quando le fu detto che non era portata per le lingue, nonostante poi si sia laureata in tedesco e inglese — è un monito costante: «Noi insegnanti facciamo la differenza. Vengo ripagata dagli sguardi dei ragazzi quando si rendono conto di essere capaci, di essere di più dell'etichetta che viene loro assegnata».

Destrutturare lo stereotipo dell’insegnante ombra

Nelle parole di Frisenda emerge una critica netta a un sistema che fatica a superare l’idea di "insegnante ombra". «Dobbiamo liberarci da questo stereotipo del docente di sostegno che deve essere la balia accanto al ragazzo con certificazione. Il docente di sostegno è un docente che sta in classe, che gira tra i banchi, che c’è per tutti», sostiene con fermezza. L’obiettivo è proteggere la dignità degli studenti: «Se mi limito a sedermi accanto a un solo ragazzo, finisco per chiuderlo in una bolla. Ci sono studenti che hanno bisogno che io faccia tre giri dell’aula prima di potermi avvicinare, per non farli sentire diversi».

In questa visione, la continuità didattica non è un mero adempimento burocratico, ma un diritto emotivo. Interrompere il legame tra docente e studente a settembre significa, per l’insegnante, creare uno strappo che mina la sicurezza costruita con fatica durante l’anno precedente.

Il valore della sinergia

Un altro pilastro del suo approccio è il ruolo degli educatori, figure che, secondo Frisenda, non devono essere utilizzate come "tappabuchi" per coprire le carenze d'organico, ma come membri integranti del consiglio di classe. «Quando compilo un piano educativo individualizzato o mi preparo a incontrare la famiglia di un alunno, il confronto preventivo con l’educatore è il mio primo passo», afferma. La sinergia tra docenti di disciplina, insegnanti di sostegno ed educatori è, per lei, l’unica strada percorribile per una gestione della classe veramente inclusiva.

Progetti come la creazione di un audiolibro collettivo, nato per ricompattare una classe in difficoltà, sono la prova di come, attraverso l’interdipendenza positiva, ogni studente possa riscoprire il proprio valore. «L’obiettivo era cercare di fare capire che tutti sono importanti, tutti sanno fare qualcosa», conclude, ricordando l’entusiasmo con cui i ragazzi hanno partecipato, ognuno con le proprie competenze, alla realizzazione del lavoro.