Nel 2025 quasi un minorenne su quattro ha usato almeno una sostanza illegale: è il dato più netto della Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze 2026, ed è un tema che chiama in causa direttamente scuole e famiglie. La buona notizia è che non serve panico, ma attenzione: la scuola resta il primo luogo dove i segnali di disagio si possono cogliere in tempo, e per l'anno prossimo è già partita una formazione dedicata ai docenti.
Vediamo cosa dice il report senza allarmismi e, soprattutto, cosa può fare concretamente chi lavora a scuola o ha figli adolescenti.
I numeri che riguardano la scuola
Secondo la Relazione presentata a fine giugno dal Dipartimento per le politiche contro la droga della Presidenza del Consiglio, nel 2025 circa 350 mila studenti under 18 hanno dichiarato di aver usato almeno una sostanza illegale nell'ultimo anno: il 23% della popolazione scolastica minorenne, in crescita rispetto al 20% del 2024. Se si guarda alla fascia 15-19 anni, la quota sale a oltre il 26%, più di un ragazzo su quattro.
La cannabis resta la sostanza più diffusa, ma con un dettaglio importante: tra i più giovani il consumo è in lieve calo (intorno al 18%). A preoccupare non è tanto la quantità, quanto la potenza: sul mercato circolano sempre più estratti, oli e liquidi per sigarette elettroniche con concentrazioni di THC molto elevate, che rendono l'effetto meno prevedibile. Cresce anche l'attenzione sulla cocaina e sulle nuove sostanze psicoattive: nel 2025 il sistema nazionale di allerta ne ha individuate 92 varianti in circolazione, molte sintetiche.
Il report non parla solo di sostanze. Segnala anche le cosiddette dipendenze comportamentali — gioco d'azzardo, uso problematico di videogiochi e internet, isolamento sociale prolungato — che toccano decine di migliaia di ragazzi e che spesso si intrecciano con lo stesso disagio di fondo.
Perché la scuola è al centro
Il messaggio istituzionale della Relazione è che le dipendenze non si affrontano più a compartimenti stagni: prevenzione, educazione, sanità e famiglie devono lavorare insieme. In questo quadro la scuola ha un ruolo di primo presidio, perché è il luogo dove docenti e dirigenti vedono i ragazzi ogni giorno e possono notare per primi certi segnali.
Quali? Chi lavora nel settore da tempo indica alcuni indicatori che un insegnante non dovrebbe sottovalutare: un calo improvviso del rendimento, assenze frequenti e ingiustificate, difficoltà di concentrazione, cambiamenti marcati nell'umore o nelle amicizie. Non sono la prova di nulla di per sé, ma sono buoni motivi per attivare l'attenzione, coinvolgere lo sportello psicologico dove esiste e parlarne con la famiglia.
Sul fronte degli interventi, il report registra un rafforzamento: nel 2025 nelle scuole secondarie di primo e secondo grado sono stati realizzati circa 380 progetti di prevenzione, con un aumento del 16% rispetto all'anno precedente. Il punto, avvertono gli esperti, non è solo contarli ma verificarne l'efficacia: la prevenzione funziona quando aiuta i ragazzi a ragionare con la propria testa, non quando si limita a dire che "la droga fa male".
La formazione per i docenti
Per il personale scolastico c'è una novità concreta. Il Ministero dell'Istruzione e del Merito, insieme all'INDIRE, ha attivato un percorso di formazione nazionale sulla prevenzione dell'uso di sostanze, delle dipendenze comportamentali e del disagio giovanile, rivolto ai docenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado.
Il corso — a distanza, articolato in moduli tematici — è stato avviato nell'anno scolastico in corso e resterà fruibile anche nel 2026/2027, con le iscrizioni sulla piattaforma INDIRE. Chi è interessato può informarsi presso la propria scuola o consultare i canali ufficiali del Ministero dell'Istruzione e del Merito: è un'occasione utile per chi vuole strumenti aggiornati per riconoscere e affrontare queste situazioni in classe.
Cosa possono fare le famiglie
Anche a casa la prevenzione passa più dalla relazione che dai divieti. Gli operatori del settore insistono su alcuni punti semplici: mantenere un dialogo aperto e non giudicante, interessarsi davvero a ciò che i figli fanno e frequentano, dare regole chiare ma spiegate, e non minimizzare né drammatizzare al primo sospetto.
Quando emerge un problema concreto, il riferimento sono i servizi pubblici per le dipendenze (SerD) presenti sul territorio, gratuiti e attivi in tutte le Regioni, e il medico di base, che può orientare verso lo specialista. Esistono anche numeri verdi dedicati gestiti dall'Istituto Superiore di Sanità. L'importante è chiedere aiuto presto: intercettare in tempo un comportamento a rischio è molto più efficace che intervenire quando la dipendenza è già strutturata.
In sintesi
La Relazione 2026 fotografa un fenomeno più diffuso e più vario di qualche anno fa, che tocca ragazzi sempre più giovani e contesti "normali". Non è un motivo per allarmarsi, ma per prendere sul serio il ruolo educativo della scuola: osservare, dialogare, formarsi e fare rete con le famiglie e i servizi del territorio restano gli strumenti più concreti a disposizione di chi sta accanto ai ragazzi ogni giorno.