Un gruppo di genitori ha portato la riforma degli istituti tecnici davanti al Presidente della Repubblica, chiedendone l'annullamento. Se avete iscritto vostro figlio alla prima di un tecnico per il 2026/2027, la notizia vi riguarda da vicino: la contestazione nasce proprio dal fatto che le nuove regole sono arrivate dopo la chiusura delle iscrizioni, quando la scuola era già stata scelta con l'ordinamento precedente.
Il ricorso — un ricorso straordinario al Capo dello Stato — è stato promosso alla fine di giugno da famiglie aderenti alla Rete Nazionale degli Istituti Tecnici, con il patrocinio legale dell'Ufficio Legale nazionale della FLC CGIL. L'obiettivo è l'annullamento del decreto ministeriale che riscrive quadri orari e discipline dei tecnici a partire dalle classi prime del prossimo settembre.
Cosa contestano le famiglie
Il cuore della protesta è un principio dal nome tecnico ma dalla logica semplice: il legittimo affidamento. Chi sceglie una scuola confida nelle regole in vigore in quel momento. Le famiglie sostengono che il Ministero abbia modificato materie e monte ore di un percorso già scelto, quando ormai le iscrizioni erano chiuse e non c'era più modo di tornare indietro.
A questo si aggiunge, secondo i ricorrenti, una scarsa trasparenza: molti genitori affermano di aver confermato l'iscrizione senza sapere con precisione quali sarebbero stati i quadri orari degli indirizzi scelti, in assenza di comunicazioni chiare da parte delle scuole. Sul piano giuridico, oltre al legittimo affidamento, viene richiamato anche il principio di irretroattività dell'azione amministrativa.
La segretaria generale della FLC CGIL, Gianna Fracassi, ha sintetizzato così la posizione del sindacato:
"Il Ministero non può cambiare le carte in tavola a iscrizioni concluse".
Cosa cambia con la riforma
Il decreto ridisegna indirizzi, articolazioni e quadri orari degli istituti tecnici e si applica dalle classi prime del 2026/2027, con entrata a regime progressiva sui cinque anni: chi ha già iniziato il percorso non viene toccato. L'impianto quinquennale resta, così come le 32 ore settimanali; a cambiare è soprattutto la distribuzione interna delle materie, con un peso maggiore dell'area di indirizzo e delle attività di laboratorio e una rimodulazione di alcune discipline dell'area generale. Il testo e gli allegati sono consultabili nella sezione normativa del MIM.
Proprio su questa redistribuzione si concentrano le critiche. La FLC CGIL parla da mesi di una riforma che, nei nuovi quadri orari, ridurrebbe il tempo scuola su alcune materie e metterebbe a rischio cattedre, con possibili esuberi. Il sindacato ricorda inoltre che i nuovi quadri orari hanno ricevuto un parere critico dal CSPI, l'organo consultivo del Ministero, e lamenta la mancanza di clausole di salvaguardia per il personale coinvolto.
Cosa succede adesso
È bene chiarire un punto pratico: il deposito del ricorso non sospende automaticamente il decreto. In assenza di un provvedimento che ne blocchi l'applicazione, la riforma resta calendarizzata per le prime del prossimo settembre. I tempi di un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, inoltre, non sono brevi: una decisione non è attesa a stretto giro, e allo stato non è noto quale sarà l'esito.
Per le famiglie che si preparano al primo anno, quindi, la scuola d'iscrizione resta quella scelta; ciò che conviene monitorare è come ogni singolo istituto applicherà concretamente le nuove regole, dato che la riforma lascia margini di autonomia alle scuole nella costruzione dell'offerta formativa.
Cosa fare adesso
- Leggere il PTOF aggiornato della scuola scelta: è il documento che spiega come l'istituto ha declinato materie, laboratori e quote di flessibilità.
- Chiedere alla segreteria il quadro orario effettivo dell'indirizzo, se non è già stato comunicato.
- Seguire gli aggiornamenti del sindacato che ha promosso il ricorso e le comunicazioni ufficiali del MIM, per capire se e come evolverà la vicenda nei prossimi mesi.
Per il personale della scuola, il nodo resta quello degli organici e delle cattedre a rischio nelle classi prime interessate: un tema su cui i sindacati chiedono da tempo tutele contrattuali certe, e che si intreccia con la definizione delle classi di concorso per i nuovi insegnamenti.




