Rinnovo contratto scuola 2026: 140 euro in più e 1.600 di arretrati. Ma quando arrivano davvero?
L'11 marzo si è aperto il tavolo all'ARAN per il CCNL 2025-2027. Le cifre sul piatto ci sono, e sono già stanziate. Ma tra un negoziato che punta al 1° aprile per la parte economica e una storia contrattuale fatta di ritardi cronici, i docenti hanno tutto il diritto di chiedersi: questa volta sarà diverso?
Il contratto scuola è tornato al centro dell'agenda. L'11 marzo 2026 si è aperto ufficialmente il tavolo negoziale all'ARAN per il rinnovo del CCNL del comparto Istruzione e Ricerca relativo al triennio 2025-2027, con tutti i principali sindacati — FLC CGIL, CISL Scuola, UIL Scuola, Snals-Confsal, Gilda-Unams e Anief — seduti per la prima volta intorno allo stesso tavolo per questo nuovo ciclo contrattuale. Il prossimo incontro è fissato per il 24 marzo.
La novità di questa tornata, rispetto al passato, è una: la strategia scelta dall'ARAN prevede di separare la parte economica da quella normativa, puntando a chiudere gli aumenti stipendiali e gli arretrati in tempi rapidi — l'obiettivo dichiarato è il 1° aprile — e rimandare a una fase successiva tutto il resto: welfare, formazione incentivata, progressione di carriera, nuove funzioni.
Le cifre sul tavolo
I numeri circolano con una certa chiarezza. Per il triennio 2025-2027 le risorse già stanziate dalla Legge di Bilancio 2025 consentono un incremento strutturale intorno al 5,4% complessivo entro il 2027, il che si traduce in circa 140 euro lordi medi mensili in più rispetto alla retribuzione attuale, al netto dell'1% di indennità di vacanza contrattuale già in godimento, che verrebbe assorbita nel nuovo importo.
A questi aumenti si aggiungono gli arretrati per il periodo 2025-2026: circa 1.600 euro lordi medi, calcolati sulla base dell'1,8% per il 2025 e del 3,6% per il 2026. Gli importi variano in base al profilo e all'anzianità: un docente neoassunto riceverà meno, uno a fine carriera di più. Le stime più ottimistiche parlano di arretrati tra 1.291 e 2.149 euro, a cui si aggiunge un'una tantum.
Se tutto andasse in porto come previsto, sommando il contratto 2022-2024 già firmato a novembre 2025 e quello 2025-2027 in via di negoziazione, gli incrementi complessivi potrebbero sfiorare i 300 euro lordi mensili. Una cifra che suona bene, ma che va contestualizzata.
Il contratto 2022-2024 è già stato firmato: cosa ha portato
Prima di parlare di ciò che verrà, vale la pena fare un passo indietro su ciò che c'è già. Il CCNL 2022-2024 è stato firmato il 5 novembre 2025 all'ARAN e pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 16 gennaio 2026. Un accordo che ha portato aumenti medi intorno a 100-180 euro lordi al mese a seconda dell'anzianità, più arretrati per il periodo gennaio 2024-dicembre 2025 già in corso di erogazione tramite NoiPA nel primo bimestre 2026.
La FLC CGIL non ha firmato quel contratto, contestando l'insufficienza delle risorse stanziate. Gli altri sindacati sì. Un precedente che pesa ancora sul clima negoziale.
Perché i sindacati non si fidano ciecamente
La storia del contratto scuola è una lunga sequenza di promesse e ritardi. Il CCNL 2019-2021 è stato firmato solo nel gennaio 2024, con quasi tre anni di ritardo rispetto alla scadenza. Prima ancora, c'è stato il blocco totale degli stipendi pubblici dal 2009 al 2018, un decennio in cui i docenti hanno visto il loro potere d'acquisto erodere senza alcuna compensazione.
È in questo contesto che si capisce perché il sindacato CISL Scuola abbia messo sul tavolo come priorità assoluta non l'importo degli aumenti, ma la chiusura del contratto entro la vigenza del triennio 2025-2027. Sarebbe quasi un'anomalia positiva nella storia recente delle relazioni sindacali nella scuola pubblica italiana.
La FLC CGIL, pur sedendo al tavolo, ha già fatto notare che l'avvio della trattativa arriva con un ritardo superiore all'anno rispetto alla scadenza del triennio di riferimento. E che le risorse disponibili, per quanto significative, non colmano il divario accumulato con il resto della Pubblica Amministrazione: secondo le stime di Anief, gli stipendi dei docenti restano mediamente oltre 6.000 euro annui al di sotto degli altri comparti PA, per non parlare del confronto europeo.
Il nodo dell'inflazione
C'è un elemento che nei comunicati ufficiali viene sempre menzionato di sfuggita ma che i docenti sentono concretamente ogni mese: i 140 euro di aumento, per quanto benvenuti, non recuperano il potere d'acquisto perso nell'ultimo triennio. L'inflazione degli anni 2022-2024 ha eroso in misura significativa il valore reale degli stipendi, e un incremento del 5,4% nel 2027 compensa solo in parte quella perdita.
Anief ha calcolato che per recuperare pienamente l'inflazione dell'ultimo triennio servirebbero risorse superiori a quelle attualmente stanziate, e ha già annunciato che chiederà al Governo di integrare i fondi nella prossima Legge di Bilancio. Una battaglia che si ripete ciclicamente, con risultati sempre parziali.
Il punto dolente: i buoni pasto
Tra le rivendicazioni sindacali di questa tornata c'è anche l'estensione dei buoni pasto al personale scolastico, un benefit che esiste in quasi tutti gli altri comparti della PA ma che docenti e ATA non hanno mai ricevuto. Secondo le prime indicazioni, il CCNL 2025-2027 dovrebbe finalmente introdurlo. Non è ancora chiaro però l'importo e le modalità. È uno di quei dettagli che possono sembrare marginali ma che nella busta paga mensile si sentono.
Quando arrivano davvero i soldi
È la domanda che interessa a tutti. La risposta onesta, a oggi, è: dipende da quanto velocemente si chiude la parte economica.
L'ARAN punta al 1° aprile per firmare almeno l'accordo sulla parte stipendiale. Se si rispettassero questi tempi — e nella scuola italiana i tempi raramente vengono rispettati — gli aumenti entrerebbero nei cedolini nell'estate 2026, con la liquidazione degli arretrati indicativamente entro la fine dell'anno. Ma il percorso prevede ancora la firma sindacale, il visto della Corte dei Conti e l'aggiornamento delle tabelle NoiPA. Ogni passaggio può allungarsi.
Il messaggio da tenere a mente è questo: le risorse ci sono, sono già stanziate, non è una promessa a vuoto. Ma il sistema che deve trasformarle in cedolino ha i suoi tempi — e la sua storia.