Gratteri incontra gli studenti a Sant'Anastasia: "Parliamo di legalità, non del referendum"
Il procuratore capo di Napoli ha scelto di tenere il punto: niente polemiche sulla riforma della giustizia, solo un dialogo aperto con i ragazzi su mafia, fiction e futuro nelle forze dell'ordine. Un incontro che dice molto su come si dovrebbe fare educazione civica.
C'è voluto uno dei magistrati più esposti d'Italia per ricordare a una platea di studenti — e, indirettamente, a tutti noi — che si può ancora parlare di legalità senza trasformarla in un pretesto politico. Il 13 marzo 2026, presso la Sala Convegni del Santuario di Madonna dell'Arco a Sant'Anastasia, in provincia di Napoli, Nicola Gratteri ha dialogato con centinaia di ragazzi delle scuole superiori del territorio nell'ambito dell'evento "Legalità è Futuro – Educare alla legalità per costruire il futuro", promosso dall'ANPI locale. All'iniziativa hanno partecipato gli istituti comprensivi di Sant'Anastasia, il "L. Pacioli", il "E. Majorana" di Somma Vesuviana e l'alberghiero di Pollena Trocchia.
Niente referendum. Solo legalità.
La prima mossa di Gratteri, appena salito sul palco, è stata quella di delimitare il campo. "Non voglio che l'attenzione si sposti ancora sul referendum — ha detto — l'appuntamento con voi è stato organizzato dall'Anpi per parlare della cultura della legalità." Fine. Nessuna concessione alle polemiche in corso sulla riforma della giustizia, nessun uso strumentale della platea.
Non è una scelta banale. In un clima in cui qualsiasi occasione pubblica rischia di diventare una tribuna, tenere separate le battaglie istituzionali dal dialogo educativo con i giovani ha un peso preciso. I ragazzi non sono uno sfondo. Hanno bisogno di interlocutori che li trattino da persone capaci di ragionare, non da comparsa per comunicati stampa.
Fiction, mafia e responsabilità narrativa
Tra i temi emersi nel confronto con gli studenti, quello delle serie televisive sulla camorra ha acceso un dibattito particolarmente vivace. Gratteri ha messo il dito nella piaga: "Chi si definisce uomo di cultura si deve porre il problema di qual è il messaggio che arriva dalle fiction sulle mafie soprattutto ai ragazzi. All'interno di qualsiasi opera ci deve essere una speranza. Qualcuno che ci dica che c'è la presenza dello Stato."
È un tema che nel mondo della scuola conoscono bene, anche se spesso si preferisce aggirarlo. Le serie ambientate nei quartieri difficili di Napoli o in Calabria hanno una presa fortissima sugli adolescenti. Il problema non è raccontare certi ambienti — farlo è necessario, e farlo bene è un atto di onestà — ma il rischio concreto è che quando il racconto non offre mai un'alternativa credibile, quando chi "vince" narrativamente è sempre e solo chi ha scelto la strada sbagliata, il messaggio che arriva ai ragazzi più vulnerabili non è quello che l'autore pensava di trasmettere. Gratteri lo ha spiegato con un esempio colto: ha ricordato di aver analizzato "Il Padrino" in un libro dedicato proprio al rapporto tra cinema e mafia, riconoscendone il valore artistico indiscutibile. Non era una critica alla qualità, era una riflessione sulla responsabilità.
Un appello agli informatici
C'è stato un passaggio dell'incontro che ha colpito più degli altri, perché raramente si sente un magistrato rivolgersi agli studenti in questi termini. Gratteri ha lanciato un appello diretto a chi tra i presenti aveva passione per l'informatica: "Abbiamo tanto bisogno di informatici — ha detto — ma abbiamo il problema delle paghe basse. Bisognerebbe adeguare gli stipendi in base alle professionalità per non far scappare i nostri esperti."
È un segnale di lucidità che si sente poco nel dibattito pubblico. Il crimine organizzato investe da anni in tecnologia, riciclaggio digitale, movimentazione di capitali attraverso canali sempre più sofisticati. La risposta dello Stato non può continuare a reggersi soltanto sulla tenacia dei singoli: serve competenza tecnica, e quella competenza bisogna costruirla partendo da chi studia oggi.
Si può sconfiggere la mafia?
La domanda che ogni studente di una scuola del Sud si è probabilmente posto almeno una volta l'hanno fatta direttamente a lui. La risposta di Gratteri non è stata retorica: "Non si può sconfiggere la mentalità e l'atteggiamento mafioso, ma la mafia tradizionale sì, si può sconfiggere. Con assunzioni straordinarie, adeguando gli stipendi e creando nuove strutture."
Nessun appello ai valori, nessuna formula consolatoria. Solo una ricetta concreta, che presuppone investimenti reali e scelte politiche precise. È esattamente il tipo di risposta che i ragazzi — soprattutto quelli cresciuti in certi territori, che le dinamiche le conoscono dall'interno — meritano di ricevere.
Perché queste iniziative contano
Chi lavora nella formazione sa bene che la cultura della legalità non si costruisce con una circolare ministeriale o con una settimana tematica inserita nel POF. Si costruisce con incontri come questo: dove qualcuno che ha dedicato la vita a combattere la 'ndrangheta e la camorra si siede davanti a una platea di diciottenni e risponde alle domande senza filtri, senza comunicati preparati, senza la distanza rassicurante del "noi" istituzionale.
Il problema è che episodi del genere restano troppo spesso isolati. Un ospite all'anno, una foto di rito, e poi si torna alla routine. La legalità, invece, dovrebbe attraversare la quotidianità scolastica in modo capillare: nel modo in cui si gestiscono i conflitti tra studenti, nel rispetto delle regole, nella coerenza degli adulti con quello che insegnano.
Gratteri lo ha dimostrato quel pomeriggio a Sant'Anastasia, anche solo con il gesto iniziale: tenere fuori il referendum e stare sul pezzo. Senza protagonismi, senza scalate sui titoli. Solo con il peso di quello che sa, perché l'ha vissuto in prima persona.