La Corte di Cassazione ha confermato in via definitiva la condanna a 6 anni e 8 mesi di reclusione per un giovane, all'epoca dei fatti diciottenne, accusato di aver tentato di uccidere uno studente di 16 anni davanti a una scuola di formazione professionale di Pieve Emanuele. I fatti risalgono al 6 febbraio 2024.

La sentenza della Suprema Corte, depositata con il numero 34821/2026, mette un punto fermo su una vicenda drammatica, respingendo il ricorso della difesa che chiedeva di derubricare il reato in lesioni personali. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, l'aggressione fu preceduta da uno scambio di messaggi tra i due ragazzi, legati a una disputa sorta per gelosia verso una coetanea.

La dinamica dell'aggressione

Il giovane si presentò davanti all'istituto nel primo pomeriggio del 6 febbraio 2024, armato di un coltello con una lama di dieci centimetri. Secondo gli atti processuali, l'aggressore tentò di colpire la vittima alla gola, ferendola poi alla coscia destra. Fu provvidenziale l'intervento di un insegnante che, accortosi della gravità della situazione e della copiosa perdita ematica, prestò i primi soccorsi, evitando che il ferimento avesse esiti letali.

I carabinieri riuscirono a individuare e arrestare l'aggressore, trovato nella sua abitazione a Rozzano con ancora addosso gli abiti sporchi di sangue.

La decisione della Cassazione

Nel ricorso, la difesa aveva sostenuto che il colpo sferrato alla gamba non fosse sufficiente a dimostrare l'intenzione di uccidere. Tuttavia, i giudici della Cassazione hanno confermato la qualificazione di "tentato omicidio", sottolineando la pericolosità delle zone del corpo prese di mira: la gola, che ospita strutture vitali, e la coscia, dove scorre l'arteria femorale.

Particolarmente netta la posizione della Corte riguardo all'aggravante dei futili motivi. I giudici hanno definito la gelosia, nel caso specifico, come un'espressione di "volontà di possesso" verso una persona, utilizzata come pretesto per colpire un terzo. Tale movente è stato giudicato sproporzionato rispetto alle modalità dell'azione, a maggior ragione considerando che la ragazza coinvolta aveva negato ai militari di avere un legame sentimentale con l'aggressore, elemento che, secondo la Corte, sottolinea ulteriormente il carattere "morboso" della condotta.

La vicenda si conclude quindi con la conferma della pena per tentato omicidio, porto abusivo di coltello e minaccia aggravata.

Fonte: Il Giorno