Gli studenti universitari con disabilità grave e documentate esigenze di assistenza o cura hanno diritto al trasferimento in sovrannumero nell'ateneo più vicino a casa, anche per i corsi di laurea a numero chiuso. A stabilirlo è un'importante sentenza del Consiglio di Stato, che supera il limite rigido del numero programmato di fronte alla tutela della salute e al diritto allo studio.

La decisione fissa un principio giurisprudenziale di valore nazionale: il contingente di posti prefissato dai bandi universitari non rappresenta una barriera insormontabile quando uno studente con disabilità, dopo aver superato il test di ammissione, necessita di rimanere vicino alla propria residenza per motivi sanitari o assistenziali.

Cosa stabilisce la decisione del Consiglio di Stato

Fino ad oggi, i meccanismi delle graduatorie nazionali e delle assegnazioni degli atenei costringevano spesso gli studenti a una scelta drammatica: trasferirsi lontano da casa in sedi prive dei supporti necessari oppure rinunciare agli studi universitari. Un eventuale rifiuto di trasferimento da parte degli atenei si basava quasi esclusivamente sul semplice dato burocratico dell'esaurimento dei posti disponibili.

Con questo intervento, i giudici amministrativi ribaltano l'impostazione. Il Consiglio di Stato ha chiarito che l'amministrazione universitaria non può limitarsi a un diniego automatico fondato sulla saturazione del numero chiuso: ha l'obbligo di esaminare la situazione individuale del richiedente e di consentire l'iscrizione o il trasferimento in deroga (ossia in sovrannumero) nella sede idonea più vicina al suo domicilio.

La pronuncia nasce dall'azione intrapresa dalla famiglia di una candidata che, pur avendo superato il test di ammissione a numero programmato (come avviene ad esempio per la facoltà di Medicina), si era vista assegnata una sede distante e incompatibile con le proprie condizioni sanitarie. La battaglia legale della famiglia ha portato all'affermazione di questo fondamentale diritto.

Cosa cambia per le iscrizioni e i corsi a numero chiuso

La novità si applica a tutti i corsi di laurea universitari a numero programmato.

  • Il numero chiuso non è un blocco assoluto: l'esaurimento dei posti non è più un motivo sufficiente per respingere una richiesta di trasferimento dettata da gravi motivi di salute;
  • Obbligo di valutazione individuale: l'università ha il dovere di valutare l'effettiva situazione del candidato e la compatibilità della frequenza lontano dalla residenza;
  • Accessibilità e vicinanza: viene garantito il diritto di studiare nell'ateneo geograficamente e logisticamente più idoneo a garantire continuità di cura e supporto assistenziale.

Cosa NON prevede la pronuncia

  • Non si tratta di una nuova "quota riserva": la pronuncia non introduce un automatismo né una percentuale fissa di posti aggiuntivi riservati a prescindere;
  • Resta l'obbligo di superare la prova di ammissione: lo studente deve comunque risultare idoneo al test di ingresso previsto dal bando di ateneo;
  • Serve la prova del nesso causale: la richiesta in sovrannumero non equivale a un semplice trasferimento facoltativo per preferenza personale, ma richiede la dimostrazione documentale del legame stretto tra la patologia o disabilità e la necessità della sede specifica.

Come presentare la richiesta e quali documenti servono

  1. Superamento della prova: dimostrare di aver sostenuto con esito positivo la prova d'accesso al corso di laurea di interesse;
  2. Certificazione sanitaria aggiornata: allegare la documentazione medica ufficiale attestante la disabilità grave e la necessità di assistenza o terapie continuative;
  3. Relazione di incompatibilità logistica: fornire documentazione idonea a provare l'incompatibilità concreta della frequenza presso sedi distanti e la necessità di studiare nel comune di residenza o nelle immediate vicinanze.

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Grazie alla pronuncia del Consiglio di Stato, gli atenei italiani dovranno adattare i propri procedimenti amministrativi, assicurando che le barriere burocratiche non limitino il percorso formativo delle persone con disabilità.

Fonte: il Fatto Quotidiano