Prende avvio presso l'Istituto Comprensivo Perugia 15 un progetto di prevenzione del bullismo che sposta il confine dell'azione educativa: i genitori entrano a scuola non solo per le riunioni o le feste, ma come «tutor» operativi durante l'intervallo e i momenti informali. Accanto ai docenti, mamme e papà formati avranno il compito di osservare le dinamiche di gruppo, intercettare i primi segnali di esclusione e intervenire tempestivamente, trasformando la comunità educante in un presidio attivo e diffuso.
L'iniziativa si basa su un protocollo d'intesa deliberato dal Consiglio d'Istituto, che ne ha autorizzato l'accesso e la presenza durante l'orario scolastico nel rispetto delle norme vigenti sulla sicurezza e sulla privacy, garantendo la piena validità legale dell'operazione. Il progetto nasce dalla consapevolezza che gran parte degli episodi di prepotenza — o delle micro-esclusioni che li precedono — si consuma lontano dalla cattedra: nei corridoi, in palestra, nel cortile. Sono spazi dove lo sguardo dell'insegnante, per quanto attento, non può arrivare ovunque. L'idea è che la presenza di adulti di riferimento, diversi dai docenti ma alleati nella stessa missione educativa, possa funzionare come deterrente naturale e come antenna sensibile.
Come funziona il modello dei «genitori tutor»
Il meccanismo prevede che i genitori volontari seguano un percorso di preparazione prima di indossare il ruolo di tutor. Non si improvvisano controllori: l'obiettivo non è sorvegliare in senso poliziesco, ma presidiare con uno sguardo educativo.
- Monitorare le dinamiche relazionali: cogliere isolamenti, gruppetti chiusi, tensioni latenti che sfuggono alla lezione frontale.
- Intervenire «a caldo»: mediare piccoli conflitti prima che diventino casi conclamati, offrire ascolto immediato a chi si sente messo da parte.
- Fare da ponte: segnalare ai docenti e al dirigente situazioni che richiedono un intervento pedagogico strutturato, non solo repressivo.
È una forma di peer education allargata: non solo studenti che educano studenti, ma adulti che educano insieme, ciascuno con il proprio ruolo. La scuola diventa così un luogo dove la responsabilità della convivenza è condivisa in modo concreto, non solo enunciato nei patti di corresponsabilità firmati a settembre.
Perché serve uno sguardo in più
La letteratura pedagogica e l'esperienza quotidiana dicono che il bullismo — e oggi il cyberbullismo che ne è l'estensione invisibile — attecchisce dove manca la sorveglianza educativa. Non serve un adulto ogni metro, ma serve che gli adulti ci siano, si vedano, siano riconoscibili come punti di riferimento. La presenza dei genitori tutor risponde a un'esigenza pratica: moltiplicare gli occhi senza militarizzare gli spazi.
C'è poi un effetto collaterale positivo: i genitori che entrano nella vita quotidiana della scuola — non per un colloquio di quindici minuti, ma per condividere il tempo «vuoto» della ricreazione — conoscono davvero il clima di classe, i linguaggi, le gerarchie informali. Quella conoscenza torna a casa e rende il dialogo scuola-famiglia meno astratto, più fondato su fatti osservati che su percezioni.
Un patto che va oltre il singolo istituto
L'iniziativa perugina, pur circoscritta a una singola realtà, lancia un segnale replicabile. Non richiede risorse straordinarie — serve organizzazione, formazione, disponibilità — ma cambia la grammatica della prevenzione: da «compito della scuola» a «compito della comunità». Se il monitoraggio darà i risultati attesi — riduzione degli episodi segnalati, miglioramento del clima percepito dagli studenti — il modello potrà essere esportato in altri plessi, adattandolo alle diverse età e contesti.
Per ora, nei corridoi e nel cortile dell'Istituto Comprensivo Perugia 15 ci sono alcune mamme e alcuni papà in più. Non sostituiscono i professori, non fanno i vigili. Stanno lì, guardano, ascoltano, intervengono se serve. È l'essenza della comunità educante che passa dalla carta alla pratica.
Cosa fare adesso. Se sei un genitore o un docente interessato a capire come avviare un'esperienza simile nel tuo istituto, il primo passo è parlarne in Consiglio d'Istituto e nella Consulta dei Genitori. La via formale passa per l'inserimento del progetto nel PTOF e per una convenzione che regoli ruoli, formazione, coperture assicurative e privacy. Il Dirigente Scolastico e l'Ufficio Scolastico Territoriale sono i riferimenti istituzionali per validare il percorso.