Ieri sera a Palermo, nel cuore del quartiere Sperone, centinaia di piccole fiamme hanno illuminato il cancello di un edificio che attende i suoi bambini da quasi mezzo secolo. Docenti, genitori e associazioni si sono ritrovati per una fiaccolata simbolica davanti all'asilo nido di via Giannotta: una struttura appena ricostruita con i fondi del PNRR, dichiarata pronta, ma che l'amministrazione comunale prevede di non aprire prima del settembre 2027.

La storia di questo asilo è lo specchio di un'Italia che corre a due velocità: quella dei finanziamenti europei che permettono di abbattere e ricostruire, e quella della burocrazia e della carenza di personale che lasciano i cancelli sbarrati, trasformando i servizi essenziali in miraggi per le famiglie della periferia.

Quarantanove anni di attesa e promesse mancate

Il nido dello Sperone non è un'opera incompiuta nel senso tradizionale del termine. È, paradossalmente, un'opera finita più volte e mai utilizzata. La sua vicenda inizia nel lontano 1977. Da allora, si sono succedute venticinque amministrazioni comunali, ma nessuna è riuscita a far varcare la soglia a un solo bambino.

L'edificio originale è stato per decenni un guscio vuoto, vandalizzato, incendiato e persino utilizzato come piazza di spaccio. Nel 2014 un grave incendio ne segnò il destino, portando nel 2019 alla decisione di abbatterlo perché il recupero non era più economicamente sostenibile. Grazie ai fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), con un investimento di circa 762mila euro, la struttura è stata finalmente ricostruita per ospitare 30 bambini.

Poche settimane fa la consegna formale del cantiere al Comune di Palermo sembrava il preludio all'inaugurazione. Invece, è arrivata la doccia fredda: mancano ancora certificati di idoneità e, soprattutto, non c'è il personale educativo necessario per far funzionare il servizio. La data di apertura è stata così spostata in avanti di un anno intero, a settembre 2027.

La battaglia della preside Antonella Di Bartolo

In prima fila, con una candela tra le mani, c'era Antonella Di Bartolo, dirigente scolastica dell'Istituto Comprensivo Sperone-Pertini. La sua non è solo una protesta istituzionale, ma una missione civile in un quartiere dove la scuola rappresenta spesso l'unico presidio dello Stato.

«Quasi cinque decenni di chiusura non sono un disservizio: sono una sperimentazione amministrativa di lungo periodo», ha dichiarato con amara ironia la preside durante il presidio. Di Bartolo, nota per aver quasi azzerato la dispersione scolastica nel quartiere portandola dal 27% allo 0,1% in dieci anni, conosce bene il valore di ogni singolo giorno sottratto alla strada.

Secondo i calcoli presentati durante la fiaccolata, in questi 49 anni di chiusura il diritto all'educazione è stato negato a oltre mille bambini della zona. «Lo Sperone non ha bisogno di nuove promesse, ha bisogno che le porte si aprano. Dobbiamo garantire ai bambini il sacrosanto diritto educativo e alle famiglie un servizio di prossimità», ha aggiunto la dirigente, autrice del volume "Domani c’è scuola" e da anni impegnata nel solco tracciato da don Pino Puglisi.

Un asilo blindato ma senza bambini

L'assurdo di questa vicenda è reso ancora più evidente dalla situazione attuale della struttura. Per evitare che il nuovo edificio, appena consegnato e arredato, faccia la fine del precedente (rubati in passato persino i sanitari e i termosifoni), il Comune ha disposto un presidio della Polizia Municipale.

Si sta progettando una "control room" antintrusione collegata direttamente alla centrale operativa. In sintesi: lo Stato spende risorse per sorvegliare un asilo vuoto, mentre i trenta bambini che avrebbero diritto a quei posti restano a casa o in attesa di altre soluzioni lontane dal quartiere.

Alla fiaccolata di domenica sera hanno aderito anche l'associazione "L'Arte di Crescere" e il collettivo "Rosalie Ribelli". I manifestanti hanno chiesto un cronoprogramma certo e immediato, rifiutando l'idea che un quartiere difficile debba attendere ancora un anno per un servizio che è già fisicamente pronto.

L'eredità di don Pino Puglisi

Lo Sperone si trova a pochi passi da Brancaccio, dove il 15 settembre 1993 la mafia uccise don Pino Puglisi. Uno dei sogni del parroco era proprio quello di offrire ai bambini del territorio strutture educative che potessero sottrarli all'influenza della malavita organizzata.

L'asilo di via Giannotta era uno di quei sogni. Trentatré anni dopo il sacrificio di Puglisi, la struttura è lì, nuova e splendente sotto le luci dei lampioni, ma il cancello resta chiuso da una catena burocratica che sembra più difficile da spezzare di qualsiasi atto vandalico. La fiaccolata di ieri sera è stata un segnale chiaro: la comunità scolastica e i cittadini non sono disposti ad aspettare il 2027 nel silenzio.

Cosa succede ora? Le associazioni e la scuola hanno annunciato che la mobilitazione continuerà nelle prossime settimane. L'obiettivo è spingere il Comune di Palermo a trovare soluzioni d'emergenza per l'assegnazione del personale, magari attraverso graduatorie straordinarie o distacchi, per consentire un'apertura parziale o anticipata rispetto alla scadenza del 2027.

Per ora, resta l'immagine di quelle candele accese davanti a un muro di gomma amministrativo. La preside Di Bartolo e le famiglie dello Sperone hanno fatto la loro parte; la palla passa ora agli uffici comunali, chiamati a dimostrare che un asilo nido non è solo un capitolo di spesa del PNRR, ma un diritto vivo che non può più attendere.