Nessuna legge nazionale obbliga a fare i compiti estivi, ma se la scuola li ha assegnati conviene arrivare a settembre con il lavoro fatto: sono l'istituto e i singoli docenti, nell'ambito dell'autonomia scolastica e della libertà di insegnamento, a decidere se e quanto tenerne conto al rientro. Il punto, quindi, non è tanto "si possono saltare?", quanto come affrontarli nelle cinque o sei settimane che mancano all'inizio delle lezioni.
Ed è proprio sul come che si è riacceso il dibattito di metà estate, attorno a una proposta apparentemente solo linguistica: smettere di chiamarli "compiti delle vacanze" e iniziare a chiamarli "compiti per settembre". A rilanciarla è Marcello Bramati, docente e autore di libri su scuola ed educazione, che il 17 luglio scorso ha firmato su Panorama una ricostruzione di oltre un secolo di ripasso estivo, e che sullo stesso tema era già intervenuto in un'intervista a Libreriamo.
Perché il nome fa la differenza
L'idea è semplice. "Compiti delle vacanze" suona come una contraddizione — e come una punizione: qualcosa che invade il tempo libero. "Compiti per settembre" sposta invece l'obiettivo in avanti: non un debito da saldare con l'anno appena finito, ma un ponte verso quello che comincia. Serve a ricordare che l'apprendimento non si spegne a giugno per riaccendersi a settembre, e che qualche settimana di totale disuso lascia il segno soprattutto sulle competenze più fragili — lettura, calcolo, lingua straniera.
Nel suo articolo Bramati riassume il senso profondo del lavoro estivo, rimasto identico in cento anni, con una formula che vale sia per gli studenti sia per gli adulti che li accompagnano: «riposati, divertiti, torna a settembre».
Obbligatori o no? Cosa dice davvero la normativa
Chi cerca una norma che imponga o vieti i compiti per le vacanze non la trova: non esiste. La materia rientra nella libertà di insegnamento garantita dalla Costituzione e nell'autonomia riconosciuta a ogni istituto dal DPR 275/1999, che affida alle scuole la progettazione dell'offerta formativa.
Da qui discendono due conseguenze pratiche per le famiglie:
- se il collegio docenti ha deliberato criteri di valutazione che considerano anche il lavoro estivo, quel lavoro può pesare sul rientro: non come "voto delle vacanze" automatico, ma come elemento del percorso;
- se invece la scuola ha scelto una linea diversa — meno compiti, o nessuno — quella scelta vale per tutti i docenti dell'istituto.
Prima di decidere di lasciar perdere, insomma, conviene guardare che cosa prevede il regolamento della propria scuola o il PTOF, o semplicemente chiederlo. È la strada più efficace anche quando il carico appare sproporzionato: segnalarlo ai docenti a settembre, con la lista alla mano, funziona meglio di una rinuncia silenziosa ad agosto.
Le ultime settimane: come organizzarsi davvero
Sui modi, i consigli che Bramati ha messo a fuoco nell'intervista a Libreriamo distinguono chiaramente per età.
Primaria e medie. Serve un calendario realistico, costruito insieme e non imposto: qualche giorno più intenso, altri leggeri, tenendo conto di viaggi e impegni familiari. Meglio poco e regolare che maratone dell'ultima settimana. Per i più piccoli il momento migliore è la mattina; i genitori possono affiancare, ma senza sostituirsi.
Superiori. Qui l'autogestione è parte dell'esercizio: si condivide un termine finale e si verifica l'andamento ogni due settimane, evitando il controllo quotidiano. L'avvertenza principale riguarda l'intelligenza artificiale: delegare a uno strumento automatico la traduzione o il tema significa svuotare di senso il compito, e il tempo risulta né guadagnato né speso bene.
Le letture. Un accorgimento pratico che vale a ogni età: cominciare un libro con un investimento iniziale consistente — venti o trenta pagine in una volta sola — invece di due paginette al giorno. È il modo più rapido per superare la soglia oltre la quale la storia si prende da sola.
Cento anni di compiti estivi
Che la questione non sia nuova lo dimostra la storia editoriale ricostruita da Bramati. Nel 1921 usciva Per non disimparare. Compiti per le vacanze, venti pagine tascabili per la quinta classe; nello stesso anno un altro editore proponeva un fascicolo illustrato per la quarta elementare. Allora la scuola ricominciava il primo ottobre, e il ripasso si distendeva fino a fine settembre. Durante il fascismo il genere assunse toni ben più ideologici, con guide che scandivano otto settimane tra preghiere, dettati e copiati.
Oggi il repertorio è cambiato di nuovo: accanto a italiano, matematica, storia, geografia, scienze e inglese compaiono quiz, enigmi, podcast e software di geometria dinamica, con volumi che arrivano a dosare l'impegno in dieci, venti o trenta minuti al giorno a seconda della classe. È cambiata anche la consegna, spesso affidata al registro elettronico — mentre, osserva Bramati, sarebbe più utile presentarli in aula prima dei saluti di giugno, spiegando a che cosa servono.
Cosa fare adesso
- Controllare la lista completa sul registro elettronico e stimare il tempo reale che richiede, materia per materia.
- Fissare con lo studente un calendario fino ai giorni precedenti il rientro, lasciando liberi gli ultimi.
- Verificare se la scuola ha criteri specifici sul lavoro estivo: cambia il peso che avrà a settembre.
- Se il carico è oggettivamente eccessivo, parlarne con i docenti al rientro anziché arrivare a mani vuote.




