Il dibattito sull'uso degli smartphone tra i banchi e sull'accesso dei giovanissimi alle piattaforme digitali torna al centro dell'agenda pubblica. La spinta arriva anche da quanto accade oltreconfine, dove il Parlamento francese ha recentemente approvato provvedimenti drastici per vietare l'accesso ai social network ai minori di 15 anni e fermare l'uso dei telefoni cellulari nelle scuole superiori, con un'applicazione a regime prevista proprio per il prossimo settembre. Una mossa che spinge il mondo della scuola e le amministrazioni locali italiane a interrogarsi sulle contromisure da adottare.

Nel panorama nazionale, le voci si moltiplicano. Da un lato ci sono le istituzioni territoriali che invocano interventi normativi più netti e tempestivi a livello nazionale; dall'altro il mondo della cultura e dell'educazione che invita a non limitarsi al solo divieto punitivo, ma a costruire percorsi alternativi per i ragazzi.

La spinta dei territori e l'appello del mondo pedagogico

Il fermento attorno al rapporto tra nativi digitali e tecnologia scolastica non è nuovo, ma l'accelerazione impressa da altri Paesi europei riaccende le pressioni sul Governo e sul Ministero dell'Istruzione e del Merito. Sindaci e amministratori locali chiedono spesso regole più uniformi, sottolineando come la gestione autonoma da parte dei singoli istituti rischi di creare disparità e confusione tra le famiglie.

Sul fronte educativo, le riflessioni si concentrano sulla necessità di affiancare alle restrizioni un'offerta formativa valida. Tra le voci più ascoltate c'è quella del noto sociologo e psichiatra Paolo Crepet, il quale ha più volte ribadito come il divieto fine a sé stesso non sia sufficiente se non viene accompagnato da un'offerta di alternative reali per i giovani. Secondo l'analisi del noto intellettuale, il vuoto lasciato dallo smartphone o dai social network non può essere colmato dal nulla, ma richiede il coraggio di restituire ai ragazzi spazi di socialità reale, laboratori, attività manuali e sportive capaci di stimolare la creatività e la relazione umana dal vivo.

Cosa succede nelle scuole italiane

In attesa di capire se il Parlamento italiano deciderà di seguire l'esempio francese introducendo una stretta legislativa vincolante per gli under 15 sui social o un giro di vite definitivo sui telefoni in classe, le scuole italiane si muovono già in ordine sparso. Molti istituti superiori hanno autonomamente inserito nei propri regolamenti interni il divieto assoluto di utilizzo dello smartphone durante le ore di lezione, salvo scopi didattici espressamente autorizzati dal docente.

La linea del Ministero dell'Istruzione e del Merito, tracciata negli ultimi mesi attraverso circolari orientate a limitare l'uso dei dispositivi elettronici per favorire la concentrazione e contrastare le distrazioni digitali, trova così una forte sponda nella sensibilità di dirigenti scolastici e insegnanti. Resta tuttavia aperto il nodo cruciale: educare a un uso consapevole del digitale e proteggere il benessere psicologico degli studenti, affrontando un disagio giovanile che, secondo molti esperti, trova nei social network una cassa di risonanza spesso pericolosa.

Le prossime settimane diranno se il modello francese farà da apripista a una normativa organica anche nel nostro Paese o se il dibattito resterà affidato alla sensibilità dei singoli territori e delle singole comunità scolastiche.

Foto di copertina: Vale93b — CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons