In Italia oltre un milione di giovani donne è oggi fuori da tutto: non studia, non lavora e non segue percorsi di formazione. È la fotografia scattata da uno studio presentato questa mattina alla Camera dei Deputati, che aiuta a capire dove finiscono tanti ragazzi e ragazze dopo il diploma — e perché, per le donne, nemmeno la laurea basta a mettersi al riparo.
Parliamo dei NEET (dall'inglese "not in education, employment or training"), l'etichetta che descrive chi, tra i 15 e i 34 anni, resta contemporaneamente lontano da scuola, lavoro e formazione. Un tema che sembra riguardare solo il mercato del lavoro, ma che parte proprio dai banchi: dall'orientamento, dalla transizione dopo la scuola superiore e da quella dispersione "silenziosa" che non fa rumore come l'abbandono, ma pesa altrettanto sul futuro dei ragazzi.
Il dato che colpisce: la maternità pesa più del titolo di studio
Secondo lo studio, 1.106.000 donne si trovano in questa condizione, pari al 59% del totale dei NEET nella fascia 15-34 anni. Ma il numero che fa più riflettere è un altro: la condizione familiare che espone di più al rischio è la genitorialità. Il tasso più alto si registra tra le madri in coppia, dove supera il 49%, oltre quattro volte quello delle giovani donne che vivono ancora come figlie e quasi sei volte quello dei padri in coppia. In pratica, per molte ragazze la nascita di un figlio coincide con l'uscita dal circuito di studio e lavoro; per i coetanei maschi, quasi mai.
E qui arriva il punto che riguarda da vicino chi lavora nella scuola e nell'orientamento: nemmeno la laurea cancella lo svantaggio. Tra i laureati, il tasso di NEET resta più alto per le donne (12,5%) che per gli uomini (8,1%). Il titolo di studio protegge, ma non azzera un divario che ha radici nell'organizzazione familiare e nella difficoltà di conciliare cura e lavoro.
Non è disinteresse: la maggior parte cerca lavoro
Uno degli equivoci più diffusi è che i NEET siano giovani "che non hanno voglia di fare niente". I dati raccontano l'opposto. Un'indagine dell'INAPP — l'Istituto nazionale per l'analisi delle politiche pubbliche — presentata alla fine di giugno su un campione di circa 1.500 giovani ha mostrato che oltre il 60% è attivamente in cerca di un'occupazione. Semplicemente, molti non trovano nulla, o trovano solo proposte che rifiutano: retribuzioni molto basse per un tempo pieno, lavoro senza contratto regolare, turni notturni e reperibilità continua.
Anche in quell'indagine le donne risultavano la maggioranza del campione, e il Mezzogiorno la parte più ampia. Due studi diversi che raccontano la stessa storia: il problema si concentra tra le ragazze e nel Sud del Paese.
I divari, in sintesi
Il quadro generale, secondo lo studio presentato oggi, resta problematico nonostante il miglioramento degli ultimi anni. Ecco i numeri principali che aiutano a inquadrare il fenomeno:
| Indicatore (fascia 15-34) | Donne | Uomini |
|---|---|---|
| Tasso NEET complessivo | 19,1% | 12,3% |
| Tasso NEET tra i laureati | 12,5% | 8,1% |
Il tasso NEET medio italiano si attesta intorno al 15,6% nella fascia 15-34 anni, un valore che colloca ancora il nostro Paese tra i più alti d'Europa. Per la fascia più giovane (15-29 anni), il Rapporto annuale ISTAT indica un'incidenza del 13,3% nel 2025, in netto calo rispetto agli anni passati ma con lo stesso divario di fondo: le donne e il Mezzogiorno restano le aree più fragili.
Perché riguarda la scuola
Il legame con il mondo dell'istruzione è diretto. La condizione di NEET non nasce dal nulla: si prepara negli anni della scuola, quando un orientamento debole, un percorso interrotto o una scelta poco consapevole dopo il diploma lasciano il ragazzo senza una direzione. È la cosiddetta dispersione "implicita": studenti che arrivano al titolo, ma senza gli strumenti per proseguire negli studi o entrare davvero nel lavoro.
Per questo il tema chiama in causa docenti, referenti per l'orientamento e famiglie. Le risposte indicate dagli esperti che hanno curato lo studio vanno in tre direzioni: orientamento più solido negli ultimi anni delle superiori, percorsi di transizione scuola-lavoro più rapidi per evitare che l'attesa si trasformi in inattività cronica, e misure di conciliazione tra tempi di vita e di lavoro, decisive soprattutto per le giovani madri.
Cosa può fare chi è vicino a questi ragazzi
Per un docente, un genitore o un tutor, il messaggio pratico è chiaro: i mesi subito dopo il diploma sono i più delicati. È lì che un giovane rischia di "sparire" dai radar, restando a casa senza un progetto. Intercettare per tempo chi non ha un piano — iscrivendolo a un percorso di formazione professionale, indirizzandolo ai servizi per il lavoro del territorio o semplicemente aiutandolo a mettere a fuoco un obiettivo — può fare la differenza tra una pausa e una condizione che si cronicizza.
Il dato di oggi, insomma, non è solo una statistica sul lavoro. È un promemoria per la scuola: accompagnare i ragazzi oltre l'esame di Stato, e con un'attenzione particolare alle ragazze, è parte del lavoro educativo tanto quanto prepararli alla maturità.




