Un organismo del Consiglio d'Europa ha dato ragione a chi da anni denuncia l'abuso delle supplenze sul sostegno: l'Italia copre in modo strutturale, con contratti a termine, cattedre che di fatto sono vacanti, e questo viola i diritti sia dei docenti sia degli alunni con disabilità. Attenzione però: la pronuncia non cambia nulla nell'immediato per chi è in graduatoria o attende una nomina per il prossimo anno scolastico. Non ci sono domande da presentare né scadenze da rispettare: è una decisione di principio, che però rimette al centro il nodo della stabilizzazione.
A pronunciarsi è stato il Comitato europeo dei diritti sociali (CEDS), organo del Consiglio d'Europa che vigila sull'applicazione della Carta sociale europea. La decisione, accolta all'unanimità e resa pubblica alla fine del dicembre scorso, arriva al termine di un reclamo collettivo presentato nel 2021 dal sindacato Anief e istruito in quattro anni di memorie tra il sindacato e il Governo italiano.
Che cosa ha stabilito il Comitato
Il CEDS ha rilevato una situazione di non conformità dell'Italia rispetto alla Carta sociale europea su due fronti principali. Il primo riguarda la precarietà: una quota molto elevata di insegnanti di sostegno lavora con contratti a tempo determinato, pur coprendo esigenze tutt'altro che occasionali. Il secondo riguarda la specializzazione: una parte consistente di questi docenti è impiegata senza aver conseguito il titolo specifico per l'inclusione.
Il Comitato ha collegato queste criticità anche al diritto degli studenti con disabilità a un'istruzione inclusiva ed effettiva: senza continuità e senza personale formato, quel diritto resta indebolito. In sostanza, secondo il CEDS il ricorso reiterato alle supplenze non è un inconveniente organizzativo, ma una prassi che incide su diritti tutelati a livello europeo.
Il Governo, nel corso dell'istruttoria, aveva difeso la propria posizione sostenendo che una quota di contratti a termine nel sostegno è in parte inevitabile, vista la difficoltà di prevedere in anticipo il fabbisogno: numero di alunni con disabilità che cambia ogni anno, trasferimenti, congedi, pensionamenti. Aveva inoltre richiamato le misure già adottate, come i corsi INDIRE per la specializzazione e la possibilità di conferma del docente su richiesta della famiglia. Il Comitato non ha ritenuto queste argomentazioni sufficienti a superare i rilievi.
Perché non ci sono effetti immediati
È il punto più importante da chiarire, per evitare aspettative sbagliate. La decisione del CEDS non è una sentenza che obbliga automaticamente lo Stato ad assumere né sospende o modifica le procedure in corso: graduatorie, immissioni in ruolo, supplenze e assegnazioni provvisorie proseguono secondo le regole vigenti.
Il meccanismo è diverso. Dopo l'accertamento del Comitato, la palla passa al Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa, che potrà rivolgere all'Italia una raccomandazione a intervenire. Non è previsto un effetto diretto sui rapporti di lavoro individuali: la spinta è politica e di indirizzo, non un titolo che il singolo docente possa far valere davanti al giudice per ottenere il ruolo. Le tempistiche indicate da più parti parlano di alcuni anni per l'adeguamento, ma si tratta di stime sull'iter, non di scadenze fissate dalla decisione.
Un quadro europeo che si allarga
La pronuncia sul sostegno non è un caso isolato. Sullo stesso terreno – l'uso delle supplenze come modalità ordinaria di reclutamento anziché come strumento eccezionale – si è mossa anche la giustizia dell'Unione europea. Nella primavera 2026 la Corte di giustizia dell'Unione europea ha accertato un analogo inadempimento dell'Italia in materia di abuso dei contratti a termine, in quel caso riferito al personale ATA supplente. Due binari distinti (la Carta sociale del Consiglio d'Europa da un lato, il diritto dell'Unione dall'altro), ma una direzione convergente: la reiterazione dei contratti a termine nella scuola viene giudicata critica sul piano dei diritti.
Sul piano interno, il tema della stabilizzazione dei precari – compresi quelli del sostegno – è da tempo oggetto di proposte in Parlamento e di richieste sindacali, che vanno dalla trasformazione dei posti in deroga in organico di diritto al rafforzamento del doppio canale di reclutamento. Nulla di tutto ciò è, ad oggi, legge: sono ipotesi e rivendicazioni, che la pronuncia europea contribuisce a rimettere sul tavolo.
Cosa significa per chi lavora sul sostegno
Nel concreto, per i docenti di sostegno la decisione europea è un argomento in più nel dibattito, non un cambiamento operativo. Chi è precario continua a muoversi tra graduatorie, supplenze e percorsi di specializzazione secondo le regole attuali; chi punta alla stabilizzazione dovrà guardare a eventuali interventi normativi che il Governo e il Parlamento decideranno di adottare per rispondere ai rilievi. Vale la pena seguire gli sviluppi, ma senza aspettarsi automatismi: la strada, come segnalano gli stessi promotori del reclamo, passa da scelte politiche che ancora devono essere compiute.