La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha stabilito che il sistema italiano di assunzione del personale ATA nelle scuole pubbliche non rispetta le norme europee sui contratti a tempo determinato. Secondo i giudici europei, l’Italia ha permesso per anni un utilizzo eccessivo e reiterato dei contratti precari senza prevedere limiti chiari né strumenti efficaci per evitare abusi.
Contratti senza limiti e stabilizzazioni insufficienti
La sentenza riguarda il personale amministrativo, tecnico e ausiliario delle scuole statali, spesso assunto con supplenze annuali o temporanee per coprire posti vacanti.
La Corte ha evidenziato che la normativa italiana non stabilisce né una durata massima dei contratti né un numero limite di rinnovi, favorendo così il ricorso continuativo al lavoro precario.
I giudici hanno inoltre criticato il sistema dei concorsi per la stabilizzazione: per partecipare è necessario aver maturato almeno due anni di servizio precario, una condizione che, secondo la Corte, finisce per incentivare ulteriormente il ricorso ai contratti a termine anche per esigenze permanenti delle scuole.
La risposta del Ministero e le reazioni politiche
Dopo la decisione europea, il Ministero dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha riconosciuto che le norme contestate sono datate e derivano da disposizioni introdotte negli anni Novanta e successivamente modificate.
Il dicastero ha spiegato che il sistema attuale è stato influenzato anche dai vincoli sul turnover nel pubblico impiego e ha annunciato l’apertura di un confronto tecnico per trovare soluzioni strutturali.
Dure invece le reazioni delle opposizioni e dei sindacati scolastici, che parlano di una condanna prevedibile e di un sistema basato su anni di precarietà.
Alcune sigle sindacali chiedono ora un piano straordinario di assunzioni stabili e una revisione delle regole sulle supplenze, per adeguare il sistema scolastico italiano ai principi stabiliti dall’Unione Europea.