Era nell'aria, ma forse nessuno si aspettava numeri così impietosi. I dati definitivi pubblicati dal Ministero sullo sciopero del 9 marzo scorso "in difesa dei diritti delle donne" certificano quello che molti osservatori avevano già intuito: una partecipazione deludente che solleva interrogativi importanti sul rapporto tra sindacati e base.
Su 7.671 istituzioni scolastiche totali, 6.617 hanno comunicato i dati di adesione (86,26%), comprese le province autonome di Trento e Bolzano. Ma è quando si scende nel dettaglio delle percentuali di partecipazione che i numeri diventano eloquenti.
I numeri che non mentono mai
Secondo l'analisi dei dati ministeriali, l'adesione si è attestata su livelli minimi. Un risultato che stride con la rilevanza del tema proposto e con la tradizionale sensibilità del mondo scolastico verso le questioni di genere e parità.
Le ragioni di questo flop vanno ricercate in diversi fattori. Prima di tutto, la scelta della data: il 9 marzo cade in un periodo dell'anno particolarmente intenso per le attività didattiche, con le scuole impegnate nella fase finale del secondo quadrimestre. Inoltre, la sovrapposizione con la Festa della Donna dell'8 marzo potrebbe aver generato confusione comunicativa.
Sindacati sotto esame
Ma c'è dell'altro. La scarsa partecipazione mette sotto i riflettori l'efficacia delle strategie sindacali. In un momento storico in cui il personale scolastico lamenta carenze strutturali croniche - dalla mancanza di docenti di sostegno al precariato dilagante - focalizzare l'attenzione esclusivamente sui diritti delle donne, pur tema sacrosanto, potrebbe non aver intercettato le priorità immediate di docenti e ATA.
Non va dimenticato che il comparto scuola è caratterizzato da una presenza femminile massiccia, soprattutto nel corpo docente. Paradossalmente, proprio le donne della scuola sembrano non aver risposto all'appello dei sindacati promotori.
Lezioni da imparare
Il flop del 9 marzo dovrebbe spingere le organizzazioni sindacali a riflettere su metodi e contenuti. Non basta identificare temi giusti e condivisibili: serve una strategia comunicativa efficace e, soprattutto, la capacità di collegare le rivendicazioni specifiche ai problemi quotidiani vissuti nelle aule.
Il rischio, altrimenti, è quello di uno scollamento progressivo tra dirigenze sindacali e base, con scioperi che si trasformano in appelli inascoltati. E in un settore già provato da anni di riforme controverse e risorse insufficienti, il sindacato non può permettersi di perdere credibilità e rappresentatività.
La prossima volta, forse, converrebbe partire dall'ascolto del territorio prima di proclamare mobilitazioni destinate al fallimento.