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Precari scuola, maxi-risarcimento da 68mila euro a una docente dopo 19 anni di supplenze: ecco la sentenza che apre la corsa agli indennizzi

20 maggio 2026 di Vincenzo Schirripa

Diciannove contratti a tempo determinato per altrettanti anni scolastici. Una vita da precaria, interrotta solo recentemente dall'immissione in ruolo a seguito di concorso. È la storia di una docente di religione di La Spezia, alla quale il Tribunale del capoluogo ligure ha appena riconosciuto un maxi-risarcimento da circa 68mila euro a carico del Ministero dell'Istruzione e del Merito per l'abusiva reiterazione dei contratti a termine. La sentenza, depositata nei giorni scorsi e firmata dal giudice Marco Viani, fissa in 48.683,04 euro l'indennizzo per il superamento della soglia massima dei 36 mesi (proseguita poi per altri sedici anni) e in 19.469,74 euro gli arretrati per scatti di anzianità e progressione economica. Una decisione che arriva a pochi giorni dalla sentenza storica della Corte di Giustizia UE del 13 maggio 2026 (causa C-155/25) che ha condannato l'Italia per l'abuso dei contratti a termine sul personale ATA, e che spalanca le porte a una stagione di ricorsi e risarcimenti per migliaia di precari della scuola.

La storia: 19 anni di precariato e l'immissione in ruolo solo dopo il concorso

La protagonista della vicenda è una docente di religione cattolica che per quasi due decenni ha insegnato nelle scuole spezzine con contratti annuali. Diciannove anni di supplenze ininterrotte, sedici dei quali oltre il tetto massimo dei 36 mesi previsto dalla normativa europea per i contratti a tempo determinato. La docente ha potuto lasciare il limbo del precariato solo dopo aver vinto un concorso pubblico e ottenuto l'agognata immissione in ruolo. Nel frattempo, supportata da un collegio di avvocati specializzati nel contenzioso scolastico, ha avviato un'azione legale contro il Ministero dell'Istruzione e del Merito per ottenere il riconoscimento del danno da abusiva reiterazione contrattuale.

I numeri del risarcimento: 48mila euro per l'abuso, 19mila per gli scatti

Il giudice del Tribunale di La Spezia ha condiviso pienamente la tesi dei legali della docente, condannando il Ministero al pagamento di 48.683,04 euro a titolo di risarcimento per la reiterazione abusiva dei contratti oltre la soglia dei 36 mesi (oltre interessi legali e rivalutazione monetaria), e di ulteriori 19.469,74 euro per gli scatti di anzianità e di progressione economica maturati durante il lungo periodo di precariato, anche questi maggiorati di interessi e ratei di tredicesima. Il magistrato, nella motivazione, ha richiamato esplicitamente i plurimi pronunciamenti emessi negli ultimi anni dalla Corte di Giustizia dell'Unione Europea e dalla Corte di Cassazione in materia di abuso del precariato scolastico, applicando il principio – già consolidato dalla giurisprudenza – secondo cui il danno per il lavoratore precario non viene cancellato neppure dalla successiva stabilizzazione in ruolo.

La sentenza UE del 13 maggio: condannata l'Italia, a rischio 60mila posti ATA

Il precedente più pesante che fa da sfondo a questa vittoria è la sentenza della Corte di Giustizia dell'Unione Europea pubblicata il 13 maggio 2026 nella causa C-155/25. La Decima Sezione della Corte ha dichiarato che l'Italia ha violato la clausola 5 dell'accordo quadro sul lavoro a tempo determinato allegato alla Direttiva 1999/70/CE, non avendo adottato alcuna misura effettiva per prevenire l'utilizzo abusivo di una successione di contratti a termine nei confronti del personale amministrativo, tecnico e ausiliario supplente. Secondo i giudici di Lussemburgo, il sistema italiano non prevede né una durata massima complessiva dei rapporti a termine, né un limite al numero dei rinnovi, e utilizza i contratti precari per coprire esigenze strutturali e permanenti della scuola, non temporanee. Una pronuncia che riguarda oltre 60mila lavoratrici e lavoratori ATA e che estende formalmente al personale non docente i principi già affermati dalla storica sentenza Mascolo del 2014, riferita ai docenti.

Il paradosso del "Decreto Dignità": ha tolto il tetto dei 36 mesi

Uno degli aspetti più pesanti rilevati dalla Corte UE riguarda l'abrogazione, avvenuta con il decreto-legge n. 87/2018 ("Decreto Dignità"), dell'unico limite temporale che esisteva per i contratti ATA a termine: il tetto dei 36 mesi introdotto dalla legge 107/2015 (La Buona Scuola). L'Italia, davanti alla Corte, aveva sostenuto che la rimozione del limite serviva a consentire al personale ATA di accumulare più esperienza ai fini concorsuali. La Corte ha replicato che questo argomento "altro non fa se non confermare l'assenza di misure preventive". Un paradosso: il provvedimento che porta nel nome la tutela della "dignità" dei lavoratori ha di fatto privato il personale ATA scolastico dell'unica protezione temporale che aveva contro il precariato a vita.

Cassazione 30779/2025: la stabilizzazione non cancella il danno

A completare il quadro giurisprudenziale che ha permesso la vittoria della docente spezzina è la sentenza della Corte di Cassazione n. 30779 del 23 novembre 2025, che ha stabilito un principio dirompente sul piano individuale: la successiva stabilizzazione del lavoratore non cancella il danno da abuso dei contratti a termine. In altre parole, chi è stato precario per anni e ha poi ottenuto il ruolo conserva il diritto a ottenere il risarcimento per il periodo di precariato abusivo. Una porta che si apre per decine di migliaia di docenti e ATA oggi stabilizzati ma con alle spalle lunghi anni di supplenze.

Come ottenere il risarcimento: i ricorsi gratuiti dei sindacati

Il sindacato Anief, intervenuto sulla sentenza spezzina con il presidente Marcello Pacifico, ha sottolineato come "i governi italiani abbiano fatto orecchie da mercante" rispetto alle sollecitazioni europee, arrivando al deferimento del nostro Paese alla Corte di Giustizia. Anief ha predisposto un ricorso gratuito specifico per i docenti di religione cattolica (di ruolo o precari) che abbiano svolto almeno 36 mesi di servizio nella scuola pubblica, finalizzato al riconoscimento del risarcimento fino a 24 mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto. Anche la FLC CGIL, con la segretaria generale Gianna Fracassi, ha annunciato l'avvio di una "ampia e capillare campagna vertenziale" su tutto il territorio nazionale dopo la sentenza UE del 13 maggio, mettendo a disposizione assistenza legale e sindacale presso le sedi territoriali sia per il personale ATA sia per il personale docente che intenda far valere il proprio diritto al risarcimento.

Cosa rischia ora il Governo italiano

Sul piano legislativo, l'Italia è ora chiamata a intervenire "senza indugio": il Parlamento dovrà fissare una durata massima e un numero limite di rinnovi per i contratti del personale ATA, oppure definire con precisione le ragioni obiettive che ne giustificano il rinnovo, garantendo che i posti occupati abbiano davvero carattere temporaneo. In caso di inerzia, la Commissione europea potrebbe avviare una nuova fase della procedura di infrazione con sanzioni pecuniarie a carico dello Stato italiano. Sul piano economico, oltre alle spese processuali a carico dell'Italia per la causa C-155/25, si profila un'ondata di contenziosi individuali che potrebbe pesare per centinaia di milioni di euro sul bilancio del MIM: ogni precario con almeno 36 mesi di servizio reiterato può oggi rivendicare, davanti al giudice del lavoro, un risarcimento analogo a quello ottenuto dalla docente spezzina. Una stima prudente parla di oltre 200mila lavoratori potenzialmente interessati tra docenti e ATA.

Tags: precariato docenti
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