Giocare può rendere più rapide alcune risposte e meno efficienti altre nei bambini in età prescolare. È quanto emerge da due ricerche condotte dal Dipartimento di Psicologia Generale dell'Università di Padova, presentate tramite un comunicato dell'Ateneo il 5 novembre.
I lavori descrivono un equilibrio in cui gioco e attenzione cambiano insieme, senza però determinare un miglioramento generale delle capacità. Gli effetti osservati sono temporanei e selettivi, legati alle richieste del singolo compito.
I risultati del primo studio
Il primo studio, pubblicato sulla rivista Computers in Human Behavior Reports, ha coinvolto quarantotto bambini. Dopo aver utilizzato videogiochi come Mario Kart oppure giochi come il Tangram, alcune risposte agli stimoli sono diventate più rapide. Tuttavia, quando è aumentata la necessità di controllo – per esempio in presenza di molti elementi distraenti – la prestazione è risultata meno efficiente. Anche un esercizio di mira ha mostrato una maggiore instabilità.
Il secondo studio e le abilità manuali
Un lavoro più recente, pubblicato su Behavioural Brain Research, ha riguardato trentatré bambini di cinque anni. Dopo trenta minuti di Mario Kart contro avversari controllati dal computer, è emersa una modifica nel modo di riorientare l'attenzione: a intervalli più lunghi è diventata più evidente la tendenza a esplorare una posizione diversa rispetto a quella appena osservata.
Nello stesso tempo, è comparso un vantaggio della mano dominante nella parte finale di un esercizio che richiedeva di inserire rapidamente dodici monete in una fessura. Secondo gli autori, questo risultato è coerente con un apprendimento più efficiente del controllo dei piccoli movimenti durante l'esecuzione del compito.
Come evidenziato dai ricercatori, la relazione tra gioco e attenzione non coincide con l'idea che un videogioco migliori indistintamente il cervello. Nel nuovo esperimento, il cambiamento nell'orientamento attentivo è risultato associato al vantaggio della mano dominante nella fase finale dell'esercizio.
Le studiose Sara Bertoni e Giovanna Puccio sottolineano la necessità di individuare attività adatte alle diverse funzioni e a ciascun bambino. Le possibili applicazioni educative e cliniche rappresentano una prospettiva di ricerca: questi esperimenti non dimostrano benefici duraturi né stabiliscono una terapia o una quantità di gioco consigliata per tutti.
Fonte: Padova24Ore