In Italia il numero dei giovani Neet, ovvero coloro che non studiano, non lavorano e non frequentano percorsi di formazione, è quasi dimezzato nell'ultimo decennio, passando dal 25,7% del 2015 al 13,3% registrato nel 2025. Nonostante questo netto miglioramento, il nostro Paese continua a scontare divari territoriali, di genere e di cittadinanza estremamente profondi, che evidenziano le difficoltà di inserimento dei giovani nel tessuto produttivo e scolastico.
Come ricostruito in un'analisi pubblicata dalla testata online Open, la sigla Neet (Not in Education, Employment or Training) racchiude in realtà una popolazione estremamente eterogenea. Non si tratta, come spesso vuole lo stereotipo, solo di giovani disinteressati al lavoro: i disoccupati reali, cioè coloro che cercano attivamente un impiego senza trovarlo, rappresentano appena un terzo del totale. Nel resto della categoria rientrano storie di precarietà, carichi di cura familiare, barriere linguistiche e fragilità personali che rallentano o bloccano l'ingresso nella vita attiva.
Il trend decennale e il confronto con l'Europa
I dati Istat mostrano una traiettoria di discesa costante nell'ultimo decennio. Se nel 2015 un giovane su quattro tra i 15 e i 29 anni si trovava nella condizione di Neet, nel 2025 la percentuale è scesa al 13,3%. Si tratta di un recupero importante, che ha permesso all'Italia di cedere l'ultimo posto in Europa a paesi come Romania, Bulgaria e Grecia. Nessun altro Stato membro ha registrato una flessione così marcata nello stesso arco temporale.
Tuttavia, la distanza con il resto del continente rimane significativa. La media dell'Unione Europea si attesta all'11% e l'obiettivo comunitario fissato per il 2030 impone di scendere sotto la soglia del 9%. Per l'Italia, il traguardo richiede ancora uno sforzo notevole, soprattutto per superare le forti disomogeneità interne.
La frattura geografica e generazionale
La riduzione dei Neet non è avvenuta in modo uniforme sul territorio nazionale.
- Nord: la percentuale di giovani fuori da studio e lavoro si ferma all'8,7%, in linea con i migliori standard europei.
- Centro: la quota sale leggermente, attestandosi all'11,8%.
- Mezzogiorno: si registra una vera e propria emergenza, con oltre il 20% dei giovani in questa condizione (praticamente uno su cinque).
Anche l'età gioca un ruolo cruciale. Tra i giovanissimi della fascia 15-19 anni, la quota di Neet è molto bassa (4,5%), grazie all'obbligo scolastico e formativo. Il picco si registra invece nella fascia tra i 25 e i 29 anni, dove la percentuale sale drasticamente al 20%, segnando il momento di maggiore difficoltà nel passaggio dall'istruzione al mercato del lavoro.
Il divario di genere e l'impatto della cittadinanza
Con il crescere dell'età, le traiettorie di uomini e donne tendono a separarsi nettamente. Se nel complesso la quota di Neet femminile si attesta quasi al 15% contro il 12% maschile, nella fascia tra i 25 e i 29 anni si apre una vera e propria forbice: le donne Neet sono il 24,9% (quasi una su quattro) contro il 15,5% dei coetanei maschi. Su questo divario, come osservato dall'economista dell'Ocse Andrea Garnero, pesano in modo determinante i carichi familiari e di cura dei figli, che continuano a penalizzare l'occupazione e la formazione delle giovani donne.
Le differenze si amplificano ulteriormente se si analizza la cittadinanza. Tra i giovani italiani i Neet sono il 12,2%, mentre tra gli stranieri la percentuale raddoppia, raggiungendo il 24%. Il dato più critico riguarda le giovani donne straniere, tra le quali la quota sfiora il 35% (più di una su tre). Secondo l'economista Tito Boeri, ex presidente dell'Inps, le cause sono da ricercare anche nella minore disponibilità di reti familiari di supporto per la cura dei figli e in più generali ostacoli nel percorso di integrazione.
Il paradosso del titolo di studio e l'influenza familiare
Un aspetto sorprendente riguarda il livello di istruzione dei Neet italiani. La quota più elevata non si riscontra tra chi possiede solo la licenza media (12%) o tra i laureati (11,1%), ma tra i diplomati, che raggiungono il 15% del totale.
Oltre al titolo di studio conseguito, ha un peso decisivo il contesto di provenienza. Tra i Neet che vivono ancora con i genitori, circa il 50% appartiene a nuclei familiari in cui il titolo di studio più alto dei genitori è la licenza media, e quasi il 30% vive in famiglie in cui nessuno dei genitori lavora. La vulnerabilità sociale ed economica d'origine si trasmette così direttamente alla generazione successiva.
Il nodo della transizione scuola-lavoro
In Italia il passaggio dal sistema scolastico a quello professionale rimane particolarmente complesso e frammentato. Nel 2025, tra i giovani dai 20 a 34 anni che hanno completato da uno a tre anni un percorso di istruzione secondaria superiore o universitaria, risulta occupato il 71,8%, a fronte di una media europea dell'83%.
La scuola e il mondo del lavoro continuano a operare come compartimenti non comunicanti. Per ridurre stabilmente il numero dei Neet non basta dunque incrementare i posti di lavoro, ma occorre rafforzare l'orientamento scolastico, potenziare gli stage formativi e creare canali di inserimento capaci di accorciare i tempi di attesa e ridurre la precarietà dei primi contratti.




