L’ipotesi di stabilire un limite percentuale massimo alla presenza di alunni stranieri all'interno delle singole classi torna al centro dell'agenda politica, ma si scontra immediatamente con le difficoltà operative evidenziate da chi gestisce gli istituti ogni giorno. Se dal punto di vista pedagogico l’obiettivo di garantire classi equilibrate è ritenuto condivisibile, la sua attuazione pratica rischia di essere difficilmente realizzabile a causa della composizione demografica dei singoli quartieri e dell'obbligo di garantire il diritto allo studio.
Il tema è stato rilanciato nella mattinata di domenica 20 settembre 2026 dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha manifestato l'intenzione di inserire a breve in un provvedimento sia la previsione di un tetto agli studenti stranieri per classe, sia il divieto di indossare indumenti come burqa e niqab negli ambienti scolastici. Un annuncio che ha subito innescato la replica dei vertici dell'Associazione Nazionale Presidi (ANP).
La posizione dell'ANP: principio valido ma applicazione complessa
A intervenire nel merito della questione è stato Antonello Giannelli, presidente dell'ANP, spiegando come la misura presenti evidenti complessità una volta calata nella quotidianità delle aule scolastiche. Secondo i dirigenti, il tema non risiede nella bontà teorica della proposta didattica, bensì negli ostacoli strutturali che le scuole si trovano ad affrontare durante la formazione dei gruppi classe.
«Sul piano didattico, l'obiettivo è fondato e condivisibile, ma tradurlo in pratica è molto complesso», ha spiegato Giannelli in una nota ufficiale diffusa sul tema. Il nodo principale riguarda l'obbligo istituzionale di dare risposta alle famiglie residenti nelle immediate vicinanze del plesso scolastico, un principio cardine soprattutto per i gradi inferiori dell'istruzione.
«Le scuole devono innanzitutto accogliere gli alunni del territorio, soprattutto nell'infanzia e nella primaria», ha sottolineato il presidente dell'ANP, evidenziando il contrasto tra quote rigide e doveri di accoglienza.
Il nodo della distribuzione territoriale e i quartieri
La criticità maggiore sollevata dai dirigenti scolastici attiene alla distribuzione abitativa della popolazione. In molti contesti urbani, quartieri o periferie delle città italiane, la presenza di famiglie di origine straniera è particolarmente concentrata, rendendo le classi territoriali inevitabilmente composte da un'alta percentuale di alunni con background migratorio.
In una simile configurazione demografica, l’imposizione di una soglia prefissata rischierebbe di produrre situazioni insostenibili per le segreterie e per le famiglie. «Se in un determinato quartiere la presenza di famiglie straniere è maggioritaria, come si può rispettare un limite percentuale? Non possiamo certo mandare via i ragazzi», ha puntualizzato Giannelli, rimarcando l'impossibilità materiale di negare l'iscrizione a chi vive nel bacino d'utenza naturale della scuola.
Senza interventi paralleli sui trasporti scolastici o una redistribuzione forzata degli iscritti tra istituti collocati a notevole distanza — opzione difficilmente percorribile, in particolar modo per i bambini della scuola dell'infanzia e della scuola primaria —, le istituzioni scolastiche si troverebbero prive di margini di manovra.
Il precedente del tetto al 30%
Non è la prima volta che l'ordinamento scolastico si misura con l'idea di porre un argine numerico per favorire l'integrazione linguistica e culturale. Già in passato era stata introdotta l'indicazione di un tetto massimo del 30% di alunni stranieri per classe.
Tuttavia, proprio l'esperienza sul campo ha dimostrato quanto quella prescrizione fosse complessa da far rispettare. Come ricordato da Giannelli, è stata proprio la concreta difficoltà di applicazione nei contesti territoriali «ad aver reso di fatto inapplicabile il tetto del 30% previsto dalla precedente circolare».
Nelle realtà a forte densità migratoria, infatti, gli uffici scolastici e i dirigenti si sono trovati regolarmente costretti a fare ricorso a deroghe per garantire l'avvio regolare dell'anno scolastico e scongiurare l'esclusione di decine di studenti dal percorso d'istruzione obbligatoria.
Le richieste dei dirigenti: strumenti reali per l'inclusione
La posizione espressa dai presidi non nega l'esigenza di supportare l'apprendimento della lingua italiana e di evitare classi ghetto, ma richiama l'esecutivo a un principio di realtà. Per i dirigenti scolastici, le risposte non possono limitarsi a tetti amministrativi imposti dall'alto, ma richiedono risorse e percorsi attuabili.
«Il principio di favorire classi equilibrate può essere condivisibile dal punto di vista educativo — ha concluso il presidente dell'ANP —, ma servono strumenti concretamente attuabili e compatibili con il diritto degli alunni a frequentare la scuola del proprio territorio».
Il dibattito si sposta ora sul piano legislativo: per passare dagli annunci all'eventuale testo normativo, il governo dovrà individuare le modalità tecniche con cui conciliare i limiti numerici con la tutela costituzionale dell'istruzione e la gestione concreta delle iscrizioni sul territorio.