La scuola non deve essere un luogo di separazione, ma una comunità educante dove la presenza di un alunno con disabilità diventa un’opportunità di crescita per l’intero gruppo classe. È questa la riflessione proposta da Maurizio Balloi, docente all’Istituto di istruzione superiore “Sansi-Leonardi-Volta” di Spoleto e pedagogista, in una recente testimonianza pubblicata dalla rivista Vita.
Secondo Balloi, il rischio principale che oggi corre il sistema scolastico è quello di confinare l'alunno con bisogni educativi speciali in una sorta di isolamento professionale. "Molto spesso l'alunno viene definito lo studente del docente di sostegno", spiega il professore. "Si produce così una separazione dentro la classe, non solo tra studenti, ma anche tra docenti. Si crea una falsa cultura dell'inclusione che, nei fatti, isola lo studente insieme al suo insegnante dedicato".
Oltre l'etichetta: l'inclusione come progetto comune
Per superare questa frammentazione, la proposta di Balloi punta a integrare gli strumenti del Piano educativo individualizzato (PEI) nella progettazione didattica ordinaria. Il docente porta l'esempio di una pratica sperimentata durante la sua esperienza nella scuola primaria: la tavola pitagorica, affissa in aula, non era uno strumento riservato esclusivamente all'alunno con disabilità, ma una risorsa disponibile per tutti i compagni.
"Chi ne avvertiva l'effettivo bisogno poteva guardarla, chi conosceva le tabelline applicava le sue strategie senza controllare il muro", racconta Balloi. "Lo strumento deve essere disponibile per tutti, ma lo si usa in maniera responsabile solo quando serve. Il buon lavoro del docente consiste proprio nel non creare dipendenza dall'adulto, ma nel coadiuvare i ragazzi nel raggiungimento della propria autonomia".
Le criticità del sistema: tempi e formazione
Se la didattica inclusiva richiede sensibilità, la quotidianità scolastica deve scontrarsi con rigidità organizzative che spesso frenano l'azione dei docenti. Il professor Balloi non nasconde le difficoltà strutturali: "I problemi nascono dalla formazione, spesso insufficiente, dalle assegnazioni in ritardo del personale, dal continuo turnover di colleghi e collaboratori, ma anche dai ritardi e dalle ore insufficienti assegnate agli assistenti all'autonomia e alla comunicazione".
A queste criticità si aggiunge, secondo il docente, la carenza di spazi dedicati al lavoro d'équipe. "Mancano ore nel monte orario e incentivi per incontrarsi e co-progettare", sottolinea, evidenziando come la scuola non debba essere un lavoro da solisti, ma un ambiente dove competenze diverse — quella clinica del docente di sostegno e quella disciplinare del docente curricolare — si fondono per rimuovere le barriere all'apprendimento.
A tal proposito, si ricorda che la gestione del supporto agli alunni con disabilità deve avvenire nel rispetto delle procedure di assegnazione delle risorse, che prevedono l'aggiornamento costante dei profili di funzionamento e la corretta applicazione delle norme ministeriali vigenti, consultabili anche attraverso portali dedicati come per gli approfondimenti sulle procedure di reclutamento e gestione dei posti di sostegno.
Verso il Progetto di Vita
L'approccio suggerito dal docente di Spoleto sposta l'asse dall'etichetta diagnostica all'osservazione del funzionamento reale dello studente. "Una volta osservato il funzionamento, si individuano obiettivi e strategie in continuità con la vita quotidiana, desideri, passioni, attitudini e progetti futuri", afferma Balloi. In questa visione, la scuola rappresenta solo un tassello di un più ampio "Progetto di Vita", che richiede una rete solida tra istituzione scolastica, famiglie, servizi e Terzo settore.
In un contesto in cui la scuola è chiamata a costruire relazioni e orientamento, la vera sfida resta quella di progettare un ambiente accogliente per tutti, in cui la disabilità non venga vista come un'eccezione, ma come parte integrante della diversità umana.




