Settembre, per chi insegna senza una cattedra a tempo indeterminato, non coincide soltanto con il ritorno tra i banchi ma con una roulette che si ripete identica ogni dodici mesi. A dare voce a questa condizione è Alessandro Dati, docente di storia e filosofia classe 1991, che dal 2019 vive la realtà del precariato scolastico a Viareggio e che ha affidato le proprie riflessioni a una testimonianza raccolta dalla stampa locale.
La sua storia è lo specchio di migliaia di insegnanti che, a ridosso dell'avvio delle lezioni, attendono l'esito delle nomine annuali gestite dalle procedure informatizzate, divisi tra la passione per la disciplina e un'instabilità che condiziona l'intera sfera personale ed economica.
L'incertezza estiva e la frammentazione didattica
Il percorso di Alessandro nelle scuole è iniziato nel settembre del 2019. Da allora, ogni estate porta con sé lo stesso schema: la fine del contratto al 30 giugno, la necessità di fare domanda per l'indennità di disoccupazione e l'attesa del turno di nomina successivo.
«Le estati da precario della scuola sono sinonimo di grande incertezza: professionale, innanzitutto, perché non avere idea di dove si lavorerà l'anno successivo significa non essere mai certi di essere nelle condizioni di costruire un percorso con gli studenti. È probabile che ogni anno si debbano abbandonare le classi per poi ricostruire il rapporto da zero con classi nuove; questo significa non poter fare progetti a lungo termine e nemmeno percorsi trasversali con i colleghi.»
A questo vuoto contrattuale si affianca la gestione economica del periodo estivo, coperto dall'indennità INPS: «L'unica certezza che mi portano le estati è che ogni anno devo riuscire ad andare avanti almeno due mesi grazie alla NaSpI, per poi sperare di ottenere una supplenza con un numero di ore sufficiente per ricavarne uno stipendio dignitoso».
L'impatto sulla vita personale e sui progetti a lungo termine
L'assenza di continuità contrattuale non resta confinata all'interno delle aule scolastiche, ma incide direttamente sulla possibilità di costruire una stabilità di vita autonoma una volta superati i trent'anni. I vincoli creditizi e il mercato immobiliare rendono difficile programmare passi fondamentali come l'acquisto di una casa o la nascita di una famiglia.
«È dura a più di trent'anni dover contare sulle garanzie di altri di fronte alla banca per accendere un mutuo per acquistare una casa, tra l'altro a fronte di affitti che in questa zona costano più del mutuo», spiega il docente, sottolineando come la precarietà lavorativa diventi un freno strutturale alla progettualità personale.
La percezione della professione: «Trattati come docenti di serie B»
Nel bilancio professionale pesa anche il modo in cui i docenti non di ruolo percepiscono la considerazione del proprio lavoro. Alessandro evidenzia come la combinazione tra meccanismi di reclutamento.
«L'impressione costante è di essere di fatto dei docenti di "serie B" per questo motivo, per le incertezze a cui siamo sottoposti, per la lentezza e la disorganizzazione con cui quasi ogni anno le supplenze vengono assegnate, per il fatto che ai precari è stato negato il bonus della carta docenti per anni.»
Un passaggio centrale della riflessione riguarda la modalità con cui il sistema informatizzato abbina i supplenti ai posti disponibili. Per Alessandro, il rischio maggiore è la perdita della dimensione umana insita nell'insegnamento: «Ciò che più colpisce è il fatto di essere trattati come palline all'interno di un flipper, come nomi o punteggi che devono andare a riempire delle cattedre vuote, senza tenere minimamente conto del fatto che quelle sono vite, di docenti e di studenti, e non informazioni su un foglio».
Tra vocazione didattica e richiesta di stabilizzazione
Nonostante gli ostacoli burocratici, la motivazione a stare in classe rimane il motore principale per andare avanti: «La passione è ciò che mi ha spinto a intraprendere questa carriera ed è l'unico elemento che mi spinge a continuare e a non pentirmi della scelta di vita fatta». Il rischio, avverte però l'insegnante, è che il prolungarsi dell'incertezza spinga molti colleghi a proseguire per pura inerzia, snaturando una professione che richiede continua partecipazione educativa.
La richiesta per restituire dignità al comparto resta chiara: procedere con la stabilizzazione del personale sui posti effettivamente vacanti e garantire incrementi retributivi adeguati, superando la logica del risparmio sull'istruzione per riconoscere il valore sociale di chi forma le nuove generazioni.