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Scuola

Hikikomori, una madre racconta otto anni di isolamento del figlio

04 settembre 2026 di Vincenzo Schirripa

Una vicenda che attraversa la scuola, la famiglia e una condizione ancora poco riconosciuta. Patrizia racconta gli ultimi otto anni accanto a Davide, suo figlio, oggi ventiduenne, chiuso in un isolamento che la pandemia ha temporaneamente alleggerito, ma non risolto.

Aveva undici anni quando ha smesso di andare a scuola, di vedere gli amici del quartiere, di alzarsi dal letto la mattina. Accusava mal di pancia e mal di testa, litigava con i genitori per varcare la soglia di casa. In classe le difficoltà arrivavano soprattutto nei momenti "performanti": interrogazioni, compiti, la competizione con i compagni. Prima, spiega la madre, non aveva mai avuto problemi.

Patrizia Mostacci, genovese, oggi cinquantanovenne, è la madre di Davide. Otto anni di ritiro sociale progressivo, cominciati nel 2016, nel passaggio tra le elementari e le medie. "Inizialmente credevamo fosse una fase difficile legata ai nuovi compagni, a una realtà diversa. Non immaginavamo che nostro figlio si stesse lentamente allontanando dal mondo", racconta.

Il primo segnale: la scuola

Grazie a insegnanti comprensivi, Davide venne promosso in prima media nonostante le assenze. Subito dopo il blocco diventò totale. Iniziò a invertire il ciclo sonno-veglia, dormiva di giorno e passava le notti a giocare online con amici virtuali. Abbandonò anche la sua grande passione, il rugby: non reggeva la competizione e, probabilmente, nemmeno le aspettative dei genitori.

"Prima gli amici del quartiere venivano a cercarlo a casa, ma non apriva nemmeno la porta. Poco alla volta smise di avere qualsiasi contatto. Era diventato molto irascibile, aggressivo nei nostri confronti. Credevamo fosse colpa di internet, tanto che mio marito arrivò a staccargli la connessione. La sua reazione fu devastante: prese il router e lo mise sul fornello per dargli fuoco. In quel momento abbiamo capito che c'era un problema molto più grande di una ribellione adolescenziale", ricorda Patrizia.

Quando la rete diventa un rifugio

Nel 2017 nacque l'Associazione Hikikomori Italia, nata per dare voce e strumenti alle famiglie che vivono questa condizione. Patrizia la trovò cercando online, leggendo le testimonianze di altri genitori. "Per la prima volta ho capito che non eravamo soli e mi sono sentita protetta", dice. Entrò nei gruppi di auto mutuo aiuto e, con il supporto di uno psicologo messo a disposizione dall'associazione, iniziò a leggere il malessere del figlio in un'altra chiave.

La famiglia cominciò a interrogarsi sulle possibili cause scatenanti. "Abbiamo pensato potesse dipendere dalla morte improvvisa di mia madre, che lo aveva cresciuto insieme alla nostra primogenita mentre noi lavoravamo. Lei pianse tanto, Davide invece non esternò in alcun modo il suo dolore. Ma trovare una spiegazione precisa è impossibile", spiega.

Il Covid e l'illusione dell'equilibrio

Il lockdown, paradossalmente, alleggerì la pressione. "Visto che eravamo tutti costretti a casa, si è sentito uguale agli altri e si è rasserenato. Seppur con molta difficoltà, è riuscito a seguire le lezioni in Dad e ha conseguito la terza media. Mentre il mondo soffriva la chiusura, lui aveva ritrovato una sorta di equilibrio", racconta la madre. Terminata la pandemia, il problema riemerse con forza: era stato iscritto a un istituto tecnico a indirizzo informatico, ma riuscì a frequentare un solo giorno.

Fu in quel momento che i genitori, seguendo le indicazioni degli specialisti dell'associazione, cambiarono strategia. "Abbiamo mollato gli ormeggi, smettendo di pressarlo continuamente sulla scuola e sulle uscite. Solo allora abbiamo iniziato a recuperare il rapporto con lui. Anche se non riesce a esprimere la sua sofferenza, abbiamo instaurato un dialogo. Nonostante l'isolamento dalla società, conserva un interesse per l'attualità. Si informa e commentiamo le notizie".

Un equilibrio fragile

Il ritiro ha inevitabilmente travolto l'equilibrio familiare: la figlia maggiore si è trasferita in un'altra città, definendo quel contesto un ambiente tossico. Negli ultimi tempi, qualcosa si muove. "Ogni tanto, quando la sorella viene a trovarci, fanno insieme un giro in centro", racconta Patrizia, che però non nasconde la profondità della sofferenza del figlio. Di recente Davide le ha detto: "Non so cosa ci sto a fare qui. Non so se domani ci sarò", chiedendole come facciano i genitori a non odiarlo. Parole che, spiega la madre, segnalano quanto lui sia consapevole di non aver vissuto le esperienze tipiche della sua età. "Lui vuole uscirne, ma è come se davanti avesse un enorme fosso e non riuscisse a trovare la forza per saltarlo".

Da circa un anno, Davide ha accettato di seguire un percorso di psicoterapia online, con alti e bassi, tra periodi in cui interrompe le sedute e altri in cui si apre. Lo ha avviato con una psicologa conosciuta durante un ricovero in una struttura per disturbi alimentari, legato all'obesità sviluppata dopo la pandemia.

Una preoccupazione che guarda avanti

"La mia paura è cosa ne sarà di lui quando noi non ci saremo più. Oggi non ha autonomia, non ha sperimentato le fasi normali della crescita, mantiene contatti relazionali unicamente attraverso lo schermo, con amici virtuali. Questi ragazzi hanno capacità enormi che non riescono a tirare fuori. Non bisogna mai smettere di sperare", dice Patrizia.

Continua a seguire gli incontri mensili del gruppo di auto mutuo aiuto nella sua regione e porta la sua testimonianza in scuole e associazioni. La convinzione è netta: "Il ritiro sociale non può essere liquidato esclusivamente come una depressione adolescenziale. È una problematica molto più articolata, che investe tutta la quotidianità della persona". Resta aperto, intanto, il nodo dei servizi pubblici: "Ci sono pochi professionisti realmente formati sul fenomeno".

L'articolo riprende la testimonianza pubblicata da La Repubblica e rilanciata sui social nelle scorse settimane. Le stime citate sulla diffusione del fenomeno in Italia (circa 200mila giovani, con una percentuale in crescita tra i 13 e i 15 anni) sono indicate dall'Associazione Hikikomori Italia come non ufficiali.

Tags: cronaca disagio giovanile hikikomori
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