Oggi, martedì 1 settembre 2026, le scuole italiane riaprono ufficialmente le porte per l'avvio del nuovo anno scolastico. Ma per migliaia di operatori Oepac (Operatori Educativi per l'Autonomia e la Comunicazione), il rientro in classe coincide con la fine di un incubo durato tre mesi: un'intera estate trascorsa senza stipendio, senza lavoro e senza ammortizzatori sociali.

Mentre il personale di ruolo e i supplenti con contratti annuali hanno potuto contare sulla continuità del reddito o sulle tutele della disoccupazione ordinaria, per chi si occupa dell'assistenza specialistica agli alunni con disabilità l'estate si conferma, ancora una volta, un deserto economico totale. Una condizione di invisibilità che colpisce figure professionali indispensabili per garantire il diritto allo studio nelle nostre classi.

La storia di Marco: «Tre mesi a zero euro»

Marco (il nome è di fantasia per tutelare la sua identità ed evitare ripercussioni sul lavoro) lavora da anni a Roma come operatore Oepac per conto di una cooperativa sociale che gestisce il servizio in appalto. Il suo compito è delicatissimo: affiancare bambini e ragazzi con disabilità grave, aiutandoli nell'autonomia personale, nella comunicazione e nell'integrazione con il gruppo classe.

«Da giugno a settembre per noi il tempo si ferma, ma le bollette e l'affitto continuano ad arrivare. Da tre mesi il mio conto corrente è fermo a zero. Non so più come fare la spesa o come spiegare a mio figlio perché quest'anno non siamo potuti andare nemmeno un giorno al mare».

La sua testimonianza, raccolta in una denuncia pubblicata da Fanpage, fotografa la realtà di una categoria che conta decine di migliaia di addetti in tutta Italia, spesso assunti con contratti part-time ciclici o formule contrattuali che prevedono la "sospensione" dell'attività lavorativa durante i mesi di chiusura dei plessi scolastici.

Il paradosso del contratto e il miraggio della Naspi

Il meccanismo che stringe d'assedio questi lavoratori è un vero e proprio paradosso burocratico. Con la fine delle lezioni a giugno, il rapporto di lavoro con le cooperative sociali non viene cessato, ma semplicemente "sospeso" in attesa della riapertura delle scuole a settembre.

Non essendoci un licenziamento o una cessazione involontaria del rapporto, per moltissimi operatori diventa impossibile accedere alla NASpI, l'indennità di disoccupazione erogata dall'Inps. Chi riesce a ottenerla, spesso deve fare i conti con importi irrisori dovuti al basso numero di ore settimanali contrattualizzate durante l'anno.

Anche durante i mesi di attività, d'altronde, la stabilità economica è un miraggio. La retribuzione media di un operatore Oepac oscilla infatti tra i 600 e gli 800 euro netti al mese. Un salario già ampiamente sotto la soglia di povertà, che viene ulteriormente decurtato a causa del principio del "pagamento sulle ore effettive".

«Se il bambino che assisto si ammala o si assenta per qualche giorno, io non vengo pagato», spiega Marco. «Sulla carta quelle ore andrebbero recuperate, ma nella pratica scolastica quotidiana è quasi sempre impossibile trovare spazi e modalità per farlo. Così, a fine mese, la busta paga si sgonfia ancora di più. È un lavoro a cottimo travestito da servizio sociale».

Il muro del silenzio e la paura di denunciare

A rendere ancora più cupo il quadro è il clima di precarietà e ricatto indiretto in cui molti operatori si trovano a operare. La frammentazione del servizio, gestito da una miriade di cooperative private attraverso bandi di gara comunali al massimo ribasso, indebolisce il potere contrattuale dei singoli lavoratori.

«Molti colleghi preferiscono non parlare, non protestare e accettare queste condizioni in silenzio», confessa Marco. «La paura di non essere ricontattati dalla cooperativa per l'anno scolastico successivo è fortissima. Chi si lamenta o chiede il rispetto dei propri diritti rischia di essere considerato "problematico" e di ritrovarsi senza assegnazione a settembre. Ma il silenzio non fa altro che alimentare la nostra invisibilità».

La richiesta di internalizzazione

La vertenza degli assistenti all'autonomia e alla comunicazione è da anni sul tavolo delle trattative sindacali. Le principali sigle del settore, tra cui la FLC CGIL, chiedono con forza l'internalizzazione di queste figure professionali all'interno dei ruoli del Ministero dell'Istruzione e del Merito.

L'obiettivo è duplice: da un lato garantire la dignità salariale, la stabilità contrattuale e la copertura previdenziale ed estiva per i lavoratori; dall'altro assicurare una reale continuità didattica e terapeutica agli alunni con disabilità, che oggi cambiano troppo spesso assistente da un anno all'altro a causa dell'altissimo turn-over generato dalla precarietà.

Oggi le lezioni non sono ancora riprese per gli studenti, ma Marco e i suoi colleghi sono già tornati in servizio per i primi incontri di programmazione. Ricominciano a lavorare con la passione di sempre, ma con le tasche vuote e l'amarezza di chi sa che, per lo Stato, il loro lavoro fondamentale vale meno di zero per tre mesi all'anno.