Non è una resa, ma un atto di ribellione consapevole contro quello che la sua famiglia definisce un "muro di indifferenza". Un ragazzo di 16 anni, residente nell'Appennino bolognese e affetto da Disturbi Specifici dell'Apprendimento (DSA), ha deciso di non presentarsi agli esami di riparazione previsti per questi giorni, scegliendo volontariamente di ripetere l'anno scolastico. Una decisione maturata dopo un anno segnato da una grave patologia cardiaca e, soprattutto, da una gestione burocratica che lo avrebbe lasciato solo nel momento del bisogno.
La storia, riportata originariamente da Il Resto del Carlino e che sta scuotendo il mondo della scuola emiliana, inizia nel settembre scorso. Al giovane viene diagnosticata una perimiocardite acuta, una condizione grave che gli impone l'assoluto riposo e l'impossibilità di frequentare le lezioni in presenza per ben sette mesi. In una situazione del genere, la normativa scolastica prevede strumenti precisi per garantire il diritto allo studio, ma nel caso di questo studente qualcosa si è interrotto negli ingranaggi della burocrazia.
Il nodo dell'istruzione domiciliare mai attivata
Secondo quanto denunciato dalla madre del sedicenne in una lettera aperta inviata anche all'Ufficio Scolastico Regionale per l'Emilia-Romagna, la famiglia si era attivata immediatamente per richiedere l'istruzione domiciliare. Si tratta di un servizio previsto per gli alunni colpiti da gravi patologie che impediscono la frequenza scolastica per almeno 30 giorni, anche non continuativi, e che prevede l'invio di docenti presso l'abitazione dello studente per lezioni individuali.
"Un muro invalicabile di burocrazia, indifferenza e disorganizzazione", scrive la donna. Nonostante le comunicazioni fossero iniziate a settembre, a dicembre la richiesta formale non sarebbe ancora stata inoltrata dalla scuola all'Ufficio Scolastico Regionale. Risultato: l'istruzione domiciliare, che per un ragazzo con DSA sarebbe stata fondamentale per mantenere il ritmo dell'apprendimento attraverso un rapporto diretto con i docenti, non è mai partita.
Sette mesi di "didattica a distanza invisibile"
Senza l'istruzione domiciliare, lo studente è stato inserito nel regime della Didattica a Distanza (DAD). Tuttavia, l'esperienza descritta dalla famiglia è lontana dall'essere un'alternativa valida. Per sette mesi, il ragazzo sarebbe rimasto davanti a uno schermo, spesso in silenzio, percependo solo il brusio di sottofondo di una classe lontana o fissando schermi neri dimenticati dai docenti.
"Mio figlio è stato praticamente lasciato davanti a uno schermo, invisibile", racconta la madre, sottolineando come sia mancata quella flessibilità necessaria per un alunno che, oltre alla malattia fisica, deve già affrontare le sfide quotidiane poste dai DSA. Nemmeno il parziale rientro in presenza avvenuto ad aprile, con il via libera dei medici, avrebbe portato a una programmazione mirata per recuperare i programmi persi durante i mesi di degenza.
La scelta: "Ripeto l'anno per difendere la mia dignità"
Alla fine dell'anno scolastico, il consiglio di classe ha deliberato la sospensione del giudizio per tre materie. Ma è qui che il sedicenne ha sorpreso tutti, prendendo una posizione di rottura. Insieme alla famiglia, ha deciso di non sostenere le prove di recupero di fine agosto, accettando la bocciatura come forma di tutela del proprio percorso educativo.
La scelta di ripetere l'anno nello stesso istituto non è vista come un fallimento, ma come una rivendicazione. Il giovane ha comunicato alla madre la volontà di "stringere tra i denti il proprio diritto allo studio", conscio che l'anno appena trascorso è stato svuotato di significato non per sua colpa, ma per una mancanza di supporto istituzionale. Ripetere l'anno significa, in questo caso, voler ripartire da zero con la speranza di trovare, questa volta, una scuola pronta ad accoglierlo davvero.
Cosa prevede la normativa per i casi gravi
La vicenda solleva interrogativi importanti sull'applicazione delle tutele per gli studenti fragili. Per i casi di gravi patologie, le scuole devono fare riferimento alle linee guida nazionali per l'istruzione domiciliare, che prevedono:
- L'attivazione di un progetto specifico su richiesta della famiglia e certificazione medica;
- L'approvazione del progetto da parte del Collegio dei docenti e del Consiglio d'Istituto;
- L'invio della documentazione all'Ufficio Scolastico Regionale per il reperimento delle risorse necessarie.
Per le famiglie che si trovano in situazioni analoghe, è fondamentale monitorare i tempi di trasmissione della documentazione. In caso di ritardi o inadempienze, oltre al dialogo con il Dirigente Scolastico, è possibile rivolgersi al referente per la salute o al referente DSA dell'istituto, e in ultima istanza inviare una segnalazione formale all'Ufficio Scolastico Territoriale di competenza.
La lettera della madre del 16enne bolognese si chiude con un auspicio: "Oggi racconto questa storia affinché nessun altro studente si ritrovi a vivere questa situazione". Resta ora da capire se l'Ufficio Scolastico Regionale aprirà un'istruttoria per verificare i passaggi burocratici che hanno portato a questo "corto circuito" educativo nell'Appennino bolognese.