In Italia quasi due bambini su tre restano esclusi dai servizi educativi per la prima infanzia. La percentuale di copertura nazionale degli asili nido si attesta infatti al 31,6%, al di sotto della soglia del 33% stabilita dalla normativa italiana come livello essenziale delle prestazioni (LEP) e ancora lontana dal target del 45% fissato dall'Unione Europea per il 2030.
I dati emersi dalle ultime analisi sul sistema per l'infanzia mettono a nudo una rete strutturalmente insufficiente e contrassegnata da profonde spaccature territoriali ed economiche, come rilevato anche dall'indagine de La Stampa. Il nido, al pari della scuola dell'infanzia e dei gradi successivi, stenta ancora a essere riconosciuto nella pratica come la prima tappa del percorso educativo, rimanendo spesso confinato al ruolo di misura emergenziale per la conciliazione famiglia-lavoro.
Divari territoriali: l'Italia spaccata tra Nord, Centro e Mezzogiorno
L'accesso ai servizi 0-3 anni cambia in maniera drastica a seconda della regione di residenza. L'Umbria registra l'indice di copertura più elevato del Paese con il 48,4% dei posti disponibili rispetto alla popolazione residente, seguita da buone percentuali nel resto del Centro (media del 40,4%), nel Nord-est (39,1%) e nel Nord-ovest (36,6%, con il Piemonte al 34%).
Al contrario, nelle regioni del Mezzogiorno la copertura media non raggiunge il 20%. Il caso emblematico è rappresentato dalla Campania, dove la percentuale di posti si ferma al 15,4%. Una disuguaglianza marcata si riscontra anche tra centri urbani e periferie: nei Comuni capoluogo l'offerta media sfiora il 39,8%, mentre nei Comuni non capoluogo scende al 28,2%, fattore che contribuisce allo spopolamento delle aree interne.
| Area / Regione | Tasso di copertura posti nido |
|---|---|
| Umbria | 48,4% |
| Centro (media) | 40,4% |
| Nord-est (media) | 39,1% |
| Nord-ovest (media) | 36,6% (Piemonte 34%) |
| Mezzogiorno (media) | Sotto il 20% (Campania 15,4%) |
L'impatto del PNRR sul fabbisogno di posti
Per garantire la presenza del nido a tutti i bambini della fascia d'età interessata occorrerebbe un incremento stimato in circa 819.500 posti aggiuntivi rispetto al quadro attuale, dove i posti autorizzati ammontano complessivamente a circa 378,5 mila.
Il piano di investimenti straordinari del PNRR per le strutture della prima infanzia prevede la creazione di circa 150 mila nuovi posti: un intervento importante ma destinato a coprire meno di un quinto delle reali necessità nazionali, fermo restando il vincolo di completamento e messa in esercizio delle strutture da parte degli enti locali.
Equilibrio tra pubblico e privato e forbice delle rette
L'offerta educativa della prima infanzia fa ampio affidamento sulla rete delle strutture private accreditate, che garantiscono circa la metà dei posti disponibili sul territorio nazionale. La ripartizione varia notevolmente a seconda della Regione:
- Prevalenza del pubblico: in Emilia-Romagna si contano 27 mila posti pubblici contro 12 mila privati; in Piemonte 13,9 mila pubblici e 12,7 mila privati; nelle Marche 5,6 mila pubblici e 3,8 mila privati.
- Prevalenza del privato: in Veneto figurano 12 mila posti pubblici a fronte di 21 mila privati; in Puglia 5,4 mila pubblici contro 11 mila privati; in Calabria 1,6 mila pubblici contro 4,7 mila privati.
La compartecipazione finanziaria richiesta alle famiglie presenta forti oscillazioni. Per le strutture pubbliche, la spesa media annua varia dai circa 14.542 euro registrati in Friuli-Venezia Giulia ai 9.252 euro del Piemonte e agli 8.000 euro della Puglia, per scendere alle tariffe di Basilicata (4.800 euro) e Calabria (5.000 euro). Nel privato, i costi mensili risultano mediamente superiori di circa 200 euro al mese, inserendosi in una forbice compresa tra 450 e 1.000 euro mensili a seconda dei servizi inclusi.
Criteri di accesso e divario socio-economico
Oltre alla carenza strutturale di strutture, la modalità di formulazione delle graduatorie comunali genera un ulteriore elemento di selezione. La maggior parte dei Comuni assegna punteggi prioritari ai nuclei familiari in cui entrambi i genitori lavorano, ponendo in secondo piano la condizione di reddito o l'eventuale vulnerabilità sociale.
Di conseguenza, la frequenza dell'asilo nido rispecchia le disuguaglianze economiche di partenza: secondo i dati citati nel report "Partire bene" curato dalla Fondazione Agnelli, la percentuale di fruizione del servizio sale al 47% tra i bambini provenienti da famiglie a reddito medio-alto, mentre crolla al 23% tra chi vive in condizioni socio-economiche svantaggiate.
La letteratura pedagogica e gli interventi delle associazioni di settore, tra cui l'associazione Alleanza per l'Infanzia e il Gruppo Nazionale Nidi e Infanzia, confermano come la frequenza dei nidi produca i benefici cognitivi ed emotivi più incisivi proprio sui bambini provenienti da contesti complessi, rendendo necessaria una revisione delle politiche pubbliche e dei criteri di accesso al servizio.