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Scuola

Alunni gifted: oltre il piano didattico personalizzato

29 luglio 2026 di Francesco Perrone

Nella classe di un liceo di provincia, Marco – nome di fantasia per tutelare la sua privacy – siede all'ultimo banco. Mentre il docente spiega per la terza volta il medesimo passaggio di un teorema, lui ha già completato l'intero esercizio e sta leggendo un saggio di astrofisica portato da casa. Marco è uno dei numerosi studenti italiani che rientrano nella categoria degli alunni gifted, o ad alto potenziale cognitivo (APC). Eppure, per il sistema scolastico, la sua velocità di apprendimento rischia spesso di trasformarsi in un problema di gestione, piuttosto che in una risorsa da valorizzare.

Il dibattito, tornato d'attualità in questa fase, si concentra sulla necessità di superare il modello del Piano Didattico Personalizzato (PDP). Sebbene lo strumento sia fondamentale per gli studenti con Bisogni Educativi Speciali, per gli alunni gifted il PDP spesso non basta: rischia di diventare una "gabbia" normativa che si limita a gestire la diversità, senza offrire stimoli accademici adeguati alla rapidità del loro pensiero. È importante ricordare che, pur in assenza di una normativa specifica che istituisca un protocollo rigido, il Ministero ha fornito orientamenti in materia, come la Nota DGSIP prot. n. 562 del 3 aprile 2019, che riconosce l'alto potenziale cognitivo come un bisogno educativo che richiede attenzione e strategie didattiche inclusive.

La sfida di una scuola che corre troppo piano

Le associazioni di settore e i pedagogisti che si occupano di alto potenziale sottolineano da tempo una contraddizione evidente: la scuola italiana è eccellente nell'inclusione delle fragilità, ma fatica a riconoscere e nutrire le eccellenze. Un alunno con un quoziente intellettivo superiore alla media non è un "privilegiato", ma uno studente che apprende con ritmi e modalità profondamente differenti. Senza una didattica flessibile, il rischio è la demotivazione, che in molti casi sfocia nel ritiro sociale o nel calo drastico del rendimento scolastico.

«Non chiediamo privilegi, ma il diritto a un'istruzione che non lasci indietro nessuno, nemmeno chi corre più veloce», raccontano alcuni genitori che da anni si battono per un riconoscimento formale del talento all'interno dei percorsi ministeriali. Il punto critico è la formazione del corpo docente: molti insegnanti si sentono impreparati di fronte a ragazzi che pongono domande complesse o che esigono di approfondire temi non previsti dai programmi ministeriali.

Oltre il piano didattico: cosa cambia?

La richiesta che emerge dal mondo della scuola non è l'abolizione del PDP, ma la sua evoluzione. Si parla di passare da una didattica "compensativa" a una didattica "arricchente". Questo significa:

Il nodo resta la strutturazione pedagogica. Mentre il Ministero dell'Istruzione e del Merito continua a monitorare il fenomeno, nelle aule si avverte il bisogno di una normativa che offra linee guida più chiare, capaci di dare autonomia ai singoli istituti senza appesantire il lavoro burocratico dei docenti. Non si tratta di creare classi differenziate — un modello che la pedagogia moderna rifiuta — ma di rendere la classe eterogenea un laboratorio dove ogni talento trova il suo spazio.

Per Marco, come per migliaia di altri ragazzi, la scuola del futuro non deve essere un luogo dove "aspettare che gli altri arrivino", ma un ambiente in cui la curiosità intellettuale sia considerata il motore principale dell'apprendimento. In attesa di eventuali nuove disposizioni o circolari ministeriali che diano seguito a queste istanze, la sfida resta affidata alla sensibilità e alla professionalità dei singoli consigli di classe, che ogni giorno provano a costruire, con gli strumenti a disposizione, un percorso su misura per chi vede il mondo a una velocità diversa.

Tags: cronaca didattica alunni stranieri
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