Al momento non cambia nulla: chi ha ricevuto un attestato di credito formativo al posto del diploma resta nella situazione stabilita dalla normativa vigente. Ma il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU) ha chiesto di aprire un confronto per superare quella distinzione, sostituendola con un titolo conclusivo unico per tutti gli studenti accompagnato da una certificazione nazionale delle competenze. È una proposta, non un provvedimento: per tradursi in regole servirebbe un intervento del legislatore.
Per le famiglie che hanno un figlio o una figlia con disabilità alle superiori, però, c'è un punto pratico che vale la pena mettere a fuoco subito: il titolo che si ottiene alla fine del quinquennio non si decide all'esame, ma molto prima, dentro il Piano Educativo Individualizzato. È lì che si gioca la partita, ed è lì che la famiglia ha voce.
Cosa propone il CNDDU
Il Coordinamento è intervenuto il 24 luglio scorso con una nota che parte da un caso concreto ma si ferma volutamente sui princìpi generali, senza entrare nel merito della singola scuola. La domanda che pone è netta: è ancora coerente con una scuola inclusiva mantenere, alla fine del secondo ciclo, una separazione formale tra chi consegue il diploma e chi riceve un attestato?
La proposta avanzata è l'introduzione di un titolo conclusivo unitario per tutti gli studenti che completano il percorso quinquennale, affiancato da una certificazione nazionale delle competenze dettagliata e coerente con il Quadro Europeo delle Qualifiche (EQF), in grado di descrivere con precisione il profilo culturale, professionale e personale effettivamente raggiunto. Secondo il CNDDU una soluzione di questo tipo lascerebbe intatti il rigore della valutazione e il valore legale del titolo di studio, eliminando però una distinzione che rischia di diventare stigmatizzante e che produce effetti ben oltre gli anni di scuola.
Il Coordinamento sottolinea che non si tratta di abbassare gli standard di apprendimento: il diploma deve continuare a certificare le competenze previste dall'ordinamento. La questione, per il CNDDU, riguarda semmai la coerenza tra il sistema di certificazione finale e i princìpi di uguaglianza sostanziale della Costituzione, il diritto all'istruzione e gli impegni assunti dall'Italia con la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità.
Cosa prevede oggi la legge
La regola in vigore è più semplice di quanto si creda, anche se le sue conseguenze sono pesanti. Il decreto legislativo 62 del 2017, all'articolo 20, stabilisce che agli studenti con disabilità per i quali la commissione predispone prove non equipollenti a quelle ordinarie — oppure che non partecipano all'esame o non sostengono una o più prove — viene rilasciato un attestato di credito formativo in luogo del diploma.
Il passaggio decisivo è quindi la tipologia delle prove, che il consiglio di classe stabilisce in coerenza con quanto previsto nel PEI. Se il percorso è differenziato e le prove non sono equipollenti, alla fine arriva l'attestato; se le prove hanno valore equipollente, si consegue il diploma. L'attestato non è un foglio generico: la norma richiede che riporti l'indirizzo e la durata del corso seguito, le discipline del piano di studi, il monte ore e le valutazioni, anche parziali, ottenute all'esame. E il riferimento alle prove differenziate compare solo nell'attestato, non nei tabelloni esposti dalla scuola.
Il punto critico è quello che il CNDDU mette in evidenza: pur essendo pienamente previsto dall'ordinamento, l'attestato ha effetti giuridici diversi dal diploma e incide sull'accesso all'università, ai percorsi di formazione terziaria, ai concorsi pubblici e, più in generale, sulle opportunità di lavoro.
Il caso che ha riaperto il dibattito
La discussione è ripartita dalla vicenda di una studentessa ventenne dell'istituto "Pavoncelli" di Cerignola, in provincia di Foggia, che dopo cinque anni nell'indirizzo enogastronomico ha concluso il percorso con un attestato anziché con il diploma. La famiglia, assistita da legali, contesta il modo in cui è stato costruito il percorso e ha chiesto un confronto con la scuola e con gli uffici competenti. Il Movimento Europeo Diversamente Abili ha annunciato la richiesta di un incontro con il dirigente scolastico, chiedendo la presenza del Garante regionale dei diritti delle persone con disabilità.
Il CNDDU ha scelto di non esprimere giudizi sul singolo episodio, rinviando ogni verifica alle autorità competenti e richiamando il rispetto dell'autonomia scolastica e delle professionalità coinvolte.
Cosa possono fare le famiglie adesso
In attesa che il dibattito produca — se lo produrrà — un intervento normativo, l'unico terreno concreto resta il PEI, che va elaborato e aggiornato ogni anno con la partecipazione informata della famiglia all'interno del Gruppo di Lavoro Operativo.
- Chiedere chiarezza per iscritto su quale tipo di programmazione è stata scelta e su quali conseguenze avrà sul titolo finale.
- Verificare la scelta ogni anno, e non solo in quinta: il PEI è un documento che si rivede, non una decisione presa una volta per tutte.
- Farsi spiegare la differenza tra prove equipollenti e non equipollenti prima dell'ultimo anno, quando c'è ancora margine per intervenire sul percorso.
- Controllare i contenuti dell'attestato, se è quella la strada: deve descrivere in modo dettagliato discipline, ore e valutazioni, perché è il documento con cui il percorso viene poi presentato fuori dalla scuola.
Il CNDDU auspica che la discussione arrivi in sede istituzionale e parlamentare. Per ora resta questo: una proposta sul tavolo e un quadro normativo che non è cambiato.