Per studenti, dottorandi e docenti universitari non cambia nulla da subito: nessun decreto, nessuna scadenza, nessuna procedura da seguire. Quello che è successo ieri a Roma è però il segnale di una direzione che nei prossimi anni può toccare da vicino chi studia e chi fa ricerca negli atenei italiani: CRUI e Confindustria hanno deciso di rendere stabile, e non più occasionale, il rapporto tra università e imprese, con un lavoro comune su brevetti, dottorati industriali, lauree professionalizzanti e placement.
L'occasione è stata la seconda edizione dell'incontro "Alta Formazione, Ricerca e Innovazione: Università e Imprese per la Competitività del Paese", ospitata giovedì 23 luglio nella sede di Confindustria e promossa insieme alla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane. Non un accordo con un testo normativo alle spalle, ma la chiusura di un percorso di confronto durato mesi, da cui sono uscite proposte operative che ora le due organizzazioni dicono di voler tradurre in strumenti concreti.
Sei tavoli di lavoro, dai brevetti ai dottorati
Il confronto si è sviluppato attraverso sei tavoli tematici, dedicati a formazione, innovazione, trasferimento tecnologico, imprenditorialità accademica, proprietà intellettuale, internazionalizzazione dei talenti e dottorati innovativi. Sono i capitoli su cui, secondo il comunicato diffuso dalla CRUI, atenei e imprese hanno trovato le convergenze maggiori.
I punti che più interessano chi frequenta l'università oggi sono sostanzialmente questi:
- lauree professionalizzanti e ITS Academy: rafforzare i percorsi universitari a taglio applicativo e i raccordi con gli istituti tecnologici superiori;
- dottorati industriali e innovativi: garantirne la continuità anche dopo la stagione dei finanziamenti PNRR, che finora ne ha sostenuto la crescita;
- brevetti e proprietà intellettuale: valorizzare quello che la ricerca pubblica produce, invece di lasciarlo fermo;
- talenti internazionali: migliorare l'attrazione degli studenti stranieri e soprattutto il loro inserimento nel mondo del lavoro italiano dopo la laurea.
C'è poi una richiesta che riguarda direttamente la carriera dei docenti universitari: far pesare il trasferimento tecnologico nella valutazione degli atenei e dei percorsi accademici. Oggi, nella pratica, ciò che conta per una carriera universitaria sono soprattutto le pubblicazioni scientifiche; brevettare o collaborare con un'impresa incide molto meno. Cambiare questo equilibrio significherebbe intervenire sui criteri di valutazione nazionali, e non è una modifica che si fa in pochi mesi.
Il nodo: tanta ricerca, poca innovazione industriale
Il problema di fondo è stato riassunto dal vice presidente di Confindustria per Ricerca e Sviluppo, Francesco De Santis, che ha parlato di un paradosso italiano: una produzione scientifica di ottimo livello che troppo spesso non si trasforma in prodotti, processi e servizi nuovi. Secondo i dati citati da De Santis nel suo intervento, nel 2025 le domande di brevetto di università ed enti pubblici di ricerca sarebbero cresciute di circa il 20%, mentre i dottorati innovativi e industriali avrebbero superato quota seimila grazie al PNRR; gli investimenti privati in ricerca e sviluppo crescerebbero intorno al 7% l'anno. Segnali incoraggianti, secondo il vice presidente, che però vanno consolidati.
Sulla stessa linea Riccardo Di Stefano, vice presidente di Confindustria per Education e Open Innovation, che ha sintetizzato il senso dell'incontro con una formula: «È il tempo dei ponti», ponti tra chi forma e chi produce per affrontare da protagonisti le transizioni verde, digitale, tecnologica e demografica.
Per la presidente della CRUI, Laura Ramaciotti, il punto non è costruire da zero un rapporto tra università e impresa, che già esiste, ma renderlo più diffuso e più stabile: la competitività del Paese, ha osservato, non dipende soltanto da quante risorse si investono in ricerca o da quanti laureati si formano, ma dalla capacità di trasformare la conoscenza in sviluppo.
Il capitolo internazionalizzazione
Nel corso della giornata è stato messo in evidenza il progetto "Italy Calls India", pensato per far incontrare gli studenti internazionali formati negli atenei italiani e il sistema produttivo nazionale. L'idea è duplice: valorizzare competenze che sono già nel Paese — ragazzi e ragazze che si laureano qui e poi spesso vanno altrove — e attrarne di nuove. Secondo quanto emerso dall'incontro, il modello potrebbe essere replicato con altri Paesi partner, anche se al momento non risultano annunci su quali.
Cosa aspettarsi ora
Qui serve prudenza, perché il rischio di leggere più di quanto è stato detto è concreto. Non c'è, allo stato, alcun provvedimento normativo collegato a questa intesa: si tratta di una convergenza tra la conferenza dei rettori e la principale associazione delle imprese, non di un atto del Ministero dell'Università e della Ricerca. Le due organizzazioni hanno annunciato che il percorso continuerà nei prossimi mesi con gruppi di lavoro sui temi emersi, con l'obiettivo dichiarato di arrivare a strumenti operativi.
Per chi studia o lavora nell'università, quindi, il consiglio pratico è semplice: non ci sono domande da presentare né termini da rispettare. Vale la pena però tenere d'occhio due fronti nei prossimi mesi, perché è lì che un'intesa di questo tipo si vede davvero: il finanziamento dei dottorati industriali dopo la fine dei fondi PNRR e le eventuali modifiche ai criteri di valutazione della ricerca. Il testo integrale del comunicato è consultabile sul sito della CRUI.