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Scuola

Bullismo a Bergamo: le scuole insegnano a gestire le emozioni

24 luglio 2026 di Francesco Perrone

A Bergamo il bullismo non aspetta più le medie: i primi episodi si affacciano in terza elementare, tra i sette e gli otto anni. E la risposta che le scuole bergamasche stanno costruendo non passa dal registro delle note, ma dal tentativo di insegnare ai bambini a riconoscere e chiamare per nome quello che provano, prima che diventi una prepotenza.

Il quadro è stato reso pubblico lo scorso febbraio dalla Rete provinciale per il contrasto al bullismo e al cyberbullismo, in occasione della Giornata nazionale contro il bullismo del 7 febbraio. Secondo i dati riferiti dalla Rete e ripresi da L'Eco di Bergamo, gli episodi coinvolgono, con gravità molto diverse tra loro, circa uno studente bergamasco su cinque nella fascia tra i 7 e i 16 anni.

Da venti scuole a ottantacinque

La Rete esiste dal 2017 e nasce con un obiettivo semplice da enunciare e complicato da praticare: prevenire, formando docenti e genitori su come accorgersi in tempo e su cosa fare quando succede. Dopo l'approvazione della legge 70 del 2024, che ha esteso al bullismo le tutele già previste per il cyberbullismo, la Rete si è riorganizzata: dalle venti scuole iniziali è arrivata a contare 85 istituti bergamaschi, statali e paritari, di ogni ordine e grado. È cambiata anche la scuola capofila: dopo quasi dieci anni il testimone è passato dall'Istituto superiore «Bortolo Belotti» all'Isis «Giulio Natta» di Bergamo.

Savia Nardone, dirigente del Natta, legge il fenomeno come una risposta sbagliata a un bisogno vero: quello di essere riconosciuti dal gruppo dei coetanei. Alla base, osserva, ci sono «una crescente fragilità emotiva e paura dell'isolamento sociale».

Cinque squadre sul territorio

La novità organizzativa più concreta sono i cinque team emergenziali antibullismo previsti sul territorio provinciale: gruppi che mettono insieme docenti, dirigenti, psicologi ed esperti indicati dagli enti partner, dal mondo socioassistenziale alle forze dell'ordine al Terzo settore. Il compito, spiega Ilenia Fontana, referente per l'area bullismo dell'Ufficio scolastico territoriale che coordina la Rete, non è solo intervenire quando il caso esplode: serve costruire protocolli, prendere in carico le situazioni e accompagnare il recupero, anche di chi le prepotenze le ha commesse.

Il piano illustrato a febbraio prevedeva di partire con il primo team nell'area dell'Isola Bergamasca e di allargarsi progressivamente agli altri ambiti scolastici tra l'anno appena concluso e quello che si aprirà a settembre. Fontana ha indicato nella scuola secondaria di primo grado la fascia più critica, con segnali però sempre più precoci già alla primaria e forme meno riconoscibili di un tempo, spesso passate dai social. Da qui la scelta di cominciare dai più piccoli: dare loro linguaggi diversi da usare al posto della prevaricazione.

Le ore in cui si impara a litigare meglio

Questo lavoro, in città, ha già una forma riconoscibile. Per l'anno scolastico 2025/2026 il Comune di Bergamo ha proposto ai nove istituti comprensivi cittadini — Camozzi, Da Rosciate, De Amicis, Donadoni, I Mille, Mazzi, Muzio, Petteni e Santa Lucia — un pacchetto di percorsi formativi, uno dei quali dedicato proprio all'intelligenza emotiva nelle classi prime della secondaria di primo grado. Il metodo, come si legge sul sito del Comune, mescola teatro e linguaggio digitale e prevede interventi di mediazione educativa: ragazzi e ragazze provano a raccontare cosa gli passa «nella pancia e nel cuore», a distinguere un'emozione dall'altra, a capire da dove arriva la rabbia prima di scaricarla su un compagno.

Non è formazione teorica calata dall'alto. All'istituto comprensivo De Amicis di Bergamo, in un progetto documentato sul portale ministeriale Cinema per la scuola, gli studenti hanno scritto e girato sei cortometraggi sulle prepotenze tra pari: una partita di calcio finita male, una ragazzina troppo timida, un gioco che diventa esclusione. La proiezione, in una sala cinematografica cittadina, è stata fatta davanti a compagni, genitori e insegnanti — perché il pubblico, in questi casi, fa parte del metodo.

Quello che protegge davvero

Sull'efficacia, chi lavora sul fenomeno invita alla misura. Luca Biffi, direttore della Promozione della salute di Ats Bergamo, richiama le evidenze scientifiche: i fattori protettivi più solidi restano un clima positivo in classe, relazioni di sostegno tra compagni e rapporti buoni con gli adulti di riferimento. Non un progetto, quindi, ma un modo di stare insieme che si costruisce nel tempo e che chiede corresponsabilità a scuola, famiglie e comunità.

Il punto lo aveva colto Daniela Noris, direttrice dell'Ufficio per la Pastorale scolastica della Diocesi di Bergamo, ricordando che stabilire i limiti tocca agli adulti, anche quando è scomodo e impopolare. E Giovanna Fidone, delle Politiche sociali della Provincia, ha aggiunto un elemento che le statistiche non fotografano: la solitudine di molti ragazzi e la scarsità di figure di riferimento riconosciute, sostituite da modelli che non sanno guidarli.

Per le famiglie che a settembre riporteranno i figli in classe, la traduzione pratica è semplice: chiedere alla scuola se aderisce alla Rete provinciale, chi è il referente per il bullismo dell'istituto e cosa prevede il regolamento interno. Sono informazioni che ogni scuola è tenuta ad avere, e che è meglio conoscere prima che serva usarle.

Tags: scuola bullismo cronaca
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