Restituire alla scuola il suo ruolo di "tempio del sapere", sottraendola alle logiche puramente amministrative che ne hanno appesantito il quotidiano. È questo, in sintesi, il messaggio lanciato da Dacia Maraini in occasione del suo recente intervento al Giffoni Film Festival. La celebre scrittrice, da sempre attenta alle dinamiche educative e alla formazione delle nuove generazioni, ha offerto una riflessione lucida sulla crisi di autorevolezza che sembra attraversare l'istituzione scolastica italiana.
La critica alla burocratizzazione
Il cuore dell'analisi di Maraini si concentra su un tema caro a molti docenti: l'eccessiva mole di compiti burocratici che oggi gravano sulla figura dell'insegnante. Secondo la scrittrice, il rischio concreto è che la scuola smetta di essere un luogo di incontro intellettuale e di crescita umana per trasformarsi in un ufficio di produzione di documenti e moduli.
"Abbiamo trasformato gli insegnanti in impiegati", sembra suggerire il tenore dell'intervento, evidenziando come la qualità della relazione educativa — il vero motore dell'apprendimento — venga spesso sacrificata sull'altare di una rendicontazione continua. Per Maraini, la scuola deve tornare ad avere una sua "sacralità", intesa non come distacco dalla realtà, ma come rispetto profondo per la funzione sociale e culturale che il docente svolge all'interno della comunità.
Investire sulla figura docente
Non si tratta solo di una critica al modello organizzativo, ma di una vera e propria chiamata alle istituzioni. Per la scrittrice, ridare autorevolezza alla scuola significa, in primo luogo, investire seriamente sulla professione docente. Ciò implica non solo un riconoscimento economico più adeguato, ma anche una valorizzazione della dimensione pedagogica del lavoro in aula.
In un momento in cui il sistema scolastico si trova ad affrontare sfide complesse, dalla dispersione scolastica all'integrazione delle nuove tecnologie, il richiamo di Maraini suona come un invito a non perdere di vista l'essenziale: il rapporto tra chi insegna e chi apprende. Senza una rinnovata centralità dell'insegnante, supportato e non vessato da procedure amministrative, ogni riforma rischia di restare, secondo la visione espressa al Giffoni, una scatola vuota.
Verso una scuola più umana
Le parole di Dacia Maraini intercettano un malessere diffuso tra gli operatori della scuola, che da tempo denunciano come il carico di lavoro extra-didattico sia diventato insostenibile. Il dibattito sollevato in sede di festival ripropone una domanda fondamentale: che tipo di scuola vogliamo per il futuro? La risposta della scrittrice è chiara: una scuola che torni a essere "maestra", capace di trasmettere non solo nozioni, ma un metodo critico per leggere il mondo.
Mentre si attendono le evoluzioni del dibattito pubblico sulle politiche scolastiche, le riflessioni della scrittrice rimangono un punto fermo per chiunque creda che l'istruzione sia il pilastro fondamentale della democrazia. La sfida, come emerso in questi giorni di confronto, è trasformare questa consapevolezza in scelte concrete, capaci di alleggerire la burocrazia e restituire tempo e valore alla didattica vissuta in classe.




