Una professione in equilibrio tra gratificazione e fatica. È il ritratto del corpo docente italiano che emerge da un'ampia indagine realizzata dall'Università di Milano-Bicocca con l'Istituto IARD, promossa dalla Be for Education Foundation. La ricerca ha coinvolto quasi diecimila insegnanti in oltre quattrocento scuole su tutto il territorio nazionale e restituisce un dato che fa riflettere: una quota significativa di docenti convive con livelli elevati di burnout, pur dichiarando un forte attaccamento al proprio lavoro.
Come è stata realizzata l'indagine
I risultati sono confluiti nel volume "In costante divenire" (Il Mulino), curato da Gianluca Argentin, e sono stati ripresi e analizzati da Paolo Martini su Adnkronos. Si tratta di una fotografia ampia, costruita su un campione esteso, che permette di andare oltre gli stereotipi e di leggere le trasformazioni reali della categoria, dentro e fuori l'aula.
Burnout e benessere: due facce della stessa professione
Il dato più delicato riguarda proprio il benessere psicologico. Secondo l'indagine, il 18,3% del campione presenta livelli elevati di burnout, con un ulteriore 1,5% che raggiunge livelli molto alti. Quasi la metà degli insegnanti dichiara di sentirsi mentalmente esausta almeno qualche volta l'anno.
Eppure il quadro non è univoco. Tra i docenti collocati nella fascia ad alto rischio, il 48,5% si dichiara comunque entusiasta del proprio lavoro. E sul piano generale, l'88% degli insegnanti sceglierebbe di nuovo questa professione: sei punti in più rispetto alla rilevazione del 2008. Gratificazione e logoramento, insomma, coesistono. Non a caso, sei docenti su dieci chiedono l'istituzione di uno sportello psicologico di supporto.
Il carico di lavoro "invisibile" e il divario di genere
Dietro la fatica c'è un monte ore che supera ampiamente il tempo trascorso in classe. Le insegnanti dichiarano in media 44 ore di lavoro settimanali, i colleghi uomini 42,5; nella scuola primaria il divario arriva fino a cinque ore in più per le donne. La differenza si accumula soprattutto nelle attività meno visibili: correzione dei compiti, preparazione delle lezioni, riunioni e colloqui con le famiglie. Dal 1990, secondo la ricerca, queste ore extra sono cresciute in media di cinque ore e mezza a settimana.
Lo scenario, però, si capovolge guardando ai lavori retribuiti svolti fuori dall'orario obbligatorio: nella primaria ne svolge almeno uno il 40% degli uomini contro il 14% delle donne. Due modi diversi, segnala l'indagine, di abitare la stessa professione.
Più competenze richieste, meno prestigio percepito
Il malessere si lega anche a una percezione di riconoscimento sociale in calo. Rispetto al 2008, gli insegnanti attribuiscono un peso crescente alle competenze necessarie — dalle abilità psico-pedagogiche alla sensibilità relazionale — segno di una professione percepita come sempre più complessa. Al tempo stesso, però, l'84% ritiene che il prestigio sociale del lavoro docente sia diminuito nell'ultimo decennio.
A questo si aggiungono le trasformazioni della didattica: la lezione frontale come pratica abituale è scesa dal 75,3% del 2008 al 56,1% del 2025, mentre le strategie di didattica attiva sono salite dal 23,9% al 40,9%. Cambiamenti che richiedono nuove competenze e, di conseguenza, nuovo investimento di tempo ed energie.
La richiesta di supporto e il nodo della tutela
La domanda di uno sportello psicologico fotografa un bisogno di accompagnamento che il sistema fatica a soddisfare. Sul piano normativo, la tutela della salute nei luoghi di lavoro — compreso il cosiddetto stress lavoro-correlato — rientra negli obblighi di valutazione del rischio previsti dal D.Lgs. 81/2008, che impegna i datori di lavoro, incluse le istituzioni scolastiche, a considerare anche i fattori di natura organizzativa e psicosociale.
Il tema è da tempo al centro delle rivendicazioni sindacali. In particolare, l'ANIEF ha chiesto al Ministero tutele concrete contro il burnout, fino al riconoscimento dello stesso come malattia professionale. Una prospettiva che, se accolta, modificherebbe in modo rilevante l'inquadramento del disagio lavorativo nel comparto scuola.
Cosa significa per la scuola
I numeri dell'indagine consegnano alle scuole e alle istituzioni un messaggio a doppio binario. Da un lato confermano una solida tenuta motivazionale: la maggioranza dei docenti continua a riconoscersi nella propria scelta professionale e nel valore culturale del proprio ruolo. Dall'altro segnalano un carico di lavoro crescente e un disagio diffuso, che chiedono risposte sul piano organizzativo, del riconoscimento e del supporto.
Per i docenti, i dati offrono uno specchio in cui leggere esperienze quotidiane spesso vissute in solitudine. Per chi governa il sistema, rappresentano un richiamo a non dare per scontata la dedizione di chi insegna: investire sul benessere del personale, sulla riduzione degli adempimenti e su strumenti di sostegno psicologico appare, alla luce della ricerca, una priorità non più rinviabile.