Una nuova sentenza riaccende i riflettori sui diritti dei docenti precari. Il Tribunale di Cassino, con una recente sentenza, ha riaffermato un principio fondamentale nel diritto del lavoro pubblico: la parità di trattamento tra docenti a tempo determinato e a tempo indeterminato per quanto concerne il diritto alla formazione professionale. La pronuncia, che si inserisce in un solco giurisprudenziale ormai consolidato a livello nazionale ed europeo, ha riconosciuto il diritto di una docente precaria a beneficiare della cosiddetta "carta del docente".
Il caso che ha fatto scuola
Nel caso specifico, la docente aveva prestato servizio con un contratto a tempo determinato per supplenza fino al termine delle attività didattiche e risultava ancora inserita nel sistema delle docenze scolastiche. Il Ministero non aveva addotto ragioni oggettive valide per giustificare l'esclusione dal beneficio. Di conseguenza, il Tribunale ha accertato il diritto della ricorrente a fruire della carta del docente per l'anno scolastico 2024/2025, condannando l'amministrazione a erogare la somma di 500 euro con le medesime modalità previste per i docenti di ruolo, oltre agli interessi legali e alla rivalutazione monetaria.
La decisione si basa su un orientamento giurisprudenziale ormai consolidato. La sentenza del Consiglio di Stato n. 1842 del 16 marzo 2022 ha infatti stabilito che "è evidente la non conformità ai canoni di buona amministrazione di un sistema che, ponendo un obbligo di formazione a carico di una sola parte del personale docente (e dandogli gli strumenti per ottemperarvi), continua nondimeno a servirsi, per la fornitura del servizio scolastico, anche di un'altra aliquota di personale docente, la quale è tuttavia programmaticamente esclusa dalla formazione e dagli strumenti di ausilio per conseguirla".
Un orientamento consolidato
La giurisprudenza italiana ed europea ha chiarito definitivamente la questione. La Corte di Cassazione, con la pronuncia n. 29961 del 2023, aveva ricostruito la carta del docente come strumento di formazione e aggiornamento professionale strettamente correlato alla didattica annua, affermando che l'esclusione dei docenti precari con incarichi annuali o fino al termine delle attività didattiche si pone in contrasto con il principio di non discriminazione.
La Corte di Giustizia UE, con la sentenza n. 368 del 2025, ha ulteriormente chiarito che tale principio si estende anche ai docenti non di ruolo con supplenze di breve durata, a meno che l'esclusione non sia giustificata da ragioni oggettive diverse dalla mera durata del contratto.
Anche altri tribunali italiani stanno seguendo questo orientamento. Il Tribunale del Lavoro di Bergamo ha recentemente accolto il ricorso di un supplente, restituendogli 1.100 euro per due annualità. I giudici, richiamando le storiche pronunce del Consiglio di Stato e della Corte di Giustizia Europea, hanno ribadito come l'esclusione dei precari dalla "Carta del docente" violi i principi di uguaglianza e di buon andamento della Pubblica Amministrazione.
L'impatto per i supplenti
Le sentenze stanno aprendo nuove prospettive per migliaia di docenti precari. Secondo il Consiglio di Stato, l'attuale sistema "collide con i precetti costituzionali degli artt. 3, 35 e 97 Cost., sia per la discriminazione che introduce a danno dei docenti non di ruolo (resa palese dalla mancata erogazione di uno strumento che possa supportare le attività volte alla loro formazione e dargli pari chances rispetto agli altri docenti di aggiornare la loro preparazione), sia, ancor di più, per la lesione del principio di buon andamento della P.A.". Secondo il Consiglio ricorrerebbe un contrasto «con l'esigenza del sistema scolastico di far sì che sia tutto il personale docente (e non certo esclusivamente quello di ruolo) a poter conseguire un livello adeguato di aggiornamento professionale e di formazione, affinché sia garantita la qualità dell'insegnamento complessivo fornito agli studenti».
Numerosissime pronunce di quasi tutti i tribunali del territorio nazionale riconoscono tale diritto in favore dei docenti che negli ultimi 5 anni abbiano svolto supplenze al 30 giugno o al 31 agosto. I supplenti possono presentare ricorso per recuperare fino a 2.500 euro per i cinque anni precedenti, oltre agli interessi maturati.
Queste decisioni rappresentano un importante passo verso la parità di trattamento nel mondo della scuola, riconoscendo che la formazione professionale è un diritto fondamentale di tutti i docenti, indipendentemente dalla tipologia contrattuale.
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