La battaglia per limitare l'accesso dei minori ai social network si intensifica. Il ministro dell'Istruzione Giuseppe Valditara rilancia con forza la necessità di approvare il disegno di legge che vieterebbe l'utilizzo delle piattaforme digitali ai ragazzi sotto i 15 anni, ma il Garante per la privacy Pasquale Annicchiarico frena e mette in discussione la sostenibilità della proposta.
Valditara: "Non possiamo più aspettare"
Il numero uno di Viale Trastevere non ha dubbi: l'emergenza educativa legata all'uso smodato dei social richiede interventi immediati. Secondo i dati del ministero, il 78% dei ragazzi tra gli 11 e i 14 anni trascorre oltre 4 ore al giorno sui social network, con picchi di 8 ore durante i weekend. Dopo i recenti episodi di violenza nelle scuole, come l'aggressione alla docente di Vigevano da parte di uno studente di 14 anni che aveva condiviso video dell'accaduto su TikTok, il ministro ha ribadito che le piattaforme digitali alimentano comportamenti aggressivi tra i giovani.
"L'impatto devastante sui nostri ragazzi è sotto gli occhi di tutti: calo del rendimento scolastico, disturbi del sonno, episodi di cyberbullismo che sfociano in violenze fisiche", ha sottolineato Valditara durante l'audizione in Commissione Cultura della Camera, rilanciando l'urgenza di dare il via libera alla proposta bipartisan che giace da mesi nelle commissioni del Senato. Il testo, firmato da 120 parlamentari di maggioranza e opposizione, prevede sanzioni da 50mila a 10 milioni di euro per le piattaforme che non verificheranno l'età degli utenti attraverso sistemi di riconoscimento facciale, controlli documentali o algoritmi di intelligenza artificiale.
Il disegno di legge stabilisce inoltre che le aziende dovranno implementare sistemi di verifica dell'età entro 180 giorni dall'approvazione della norma, pena la sospensione del servizio sul territorio italiano. Sono previste eccezioni solo per piattaforme educative certificate dal Ministero dell'Istruzione e per servizi di messaggistica diretta tra contatti verificati.
Lo scontro con il Garante della privacy
Diversa la posizione di Annicchiarico, che pur riconoscendo la priorità della sicurezza dei minori, mantiene forti perplessità sui meccanismi di controllo previsti. In un parere di 15 pagine inviato al Parlamento, il Garante continua a sollevare dubbi sulla compatibilità delle verifiche biometriche con la normativa europea sulla protezione dei dati personali, citando specificamente gli articoli 9 e 22 del GDPR.
"Il riconoscimento facciale comporta il trattamento di dati biometrici di milioni di utenti, compresi gli adulti, creando un sistema di sorveglianza di massa incompatibile con i diritti fondamentali", ha dichiarato Annicchiarico in un'intervista al Corriere della Sera. L'Authority teme inoltre che i database biometrici possano essere violati da cybercriminali, esponendo a rischi enormi la sicurezza digitale dei cittadini.
Valditara replica che le criticità sono state superate: "I sistemi di intelligenza artificiale di ultima generazione non memorizzano i dati biometrici ma li convertono in codici anonimi, mentre il consenso genitoriale attraverso SPID garantisce il pieno rispetto della privacy", ma il nodo rimane aperto. Il disegno di legge resta infatti bloccato proprio su questi aspetti tecnici, con maggioranza e opposizione che faticano a trovare una sintesi. Il Movimento 5 Stelle ha presentato 47 emendamenti per rafforzare le tutele privacy, mentre Fratelli d'Italia spinge per l'approvazione del testo originario senza modifiche.
Le reazioni del mondo educativo
Il mondo della scuola si divide sulla proposta. L'Associazione Nazionale Presidi, attraverso il presidente Antonello Giannelli, sostiene con forza l'iniziativa: "Ogni giorno riceviamo segnalazioni di docenti minacciati sui social, di studenti vittime di cyberbullismo, di famiglie disperate per i disturbi comportamentali dei figli. Serve una svolta decisa".
Diversa la posizione dell'Associazione Italiana Psicologi, che tramite il presidente David Lazzari avverte: "Il divieto tout court rischia di essere controproducente. Servono educazione digitale, accompagnamento e controllo genitoriale consapevole, non censure che i ragazzi aggireranno comunque". Anche il Forum delle Associazioni Familiari chiede maggiore coinvolgimento dei genitori nel processo educativo digitale.
I sindacati della scuola si mostrano cauti. La segretaria della CGIL Scuola, Ivana Barbacci, sottolinea: "Prima di vietare, investiamo nella formazione digitale di docenti e famiglie. Il problema non è solo l'età di accesso, ma l'uso consapevole della tecnologia".
L'Italia nel panorama internazionale
Nel frattempo, altri Paesi corrono. L'Australia ha già introdotto il divieto totale per i minori di 16 anni con multe fino a 50 milioni di dollari australiani, affidando l'applicazione della norma all'eSafety Commissioner. Le prime verifiche partiranno a marzo 2025, con tecnologie sviluppate in partnership con Microsoft e Google.
La Francia si appresta a completare l'iter parlamentare per una norma analoga che fisserebbe a 15 anni l'età minima, con un sistema di controllo basato su carte d'identità digitali e verifiche incrociate con l'anagrafe nazionale. Il presidente Macron ha definito la misura "una priorità assoluta per proteggere i nostri bambini dall'algoritmo dell'odio".
Anche Malaysia e Portogallo hanno adottato misure restrittive, seppur con modalità diverse: Kuala Lumpur punta su un sistema di licenze per le piattaforme, mentre Lisbona ha introdotto fasce orarie di divieto per i minori di 13 anni. La Norvegia sta sperimentando un progetto pilota che blocca l'accesso ai social durante l'orario scolastico attraverso geolocalizzazione.
L'Unione Europea ha approvato una risoluzione che raccomanda i 16 anni come età minima, ma senza carattere vincolante. Il commissario per il Mercato Interno, Thierry Breton, ha annunciato che la Commissione presenterà entro giugno una proposta di direttiva comune per armonizzare le normative nazionali.
L'Italia rischia così di rimanere indietro in una partita che vede sempre più Paesi schierarsi per tutelare i propri minori dall'esposizione precoce ai social network. Secondo uno studio dell'OCSE, l'uso problematico dei social tra i 13-15enni è aumentato del 40% negli ultimi tre anni nei Paesi sviluppati.
La strada appare ancora lunga. Mentre il dibattito pubblico si infiamma e le pressioni del mondo educativo crescono, il Parlamento dovrà trovare il coraggio di sciogliere i nodi tecnici e normativi che tengono in stallo una riforma che potrebbe cambiare radicalmente il rapporto tra giovani e tecnologia nel nostro Paese. La prossima settimana è prevista una nuova audizione del ministro Valditara in Commissione, dove potrebbe presentare un testo di compromesso che tenga conto delle osservazioni del Garante privacy.