I recenti episodi di tensione e i danneggiamenti verificatisi a margine dei cortei studenteschi a Monza riaprono il dibattito sulla condizione giovanile e sulle responsabilità educative. Come ricostruito dal quotidiano Il Giorno, il mondo della scuola e la rappresentanza studentesca si interrogano sulle cause profonde che spingono gruppi di giovani a oltrepassare il confine della protesta democratica.
La riflessione del dirigente: "Fallito il nostro ruolo di educatori"
A esprimere forte preoccupazione è il professor Aldo Melzi, preside dell’istituto Mapelli di Monza, che commenta con amarezza quanto accaduto, mentre sui social si rincorrevano voci di ulteriori disordini:
«È fallito il nostro ruolo di educatori, fallita la prevenzione, l’inclusione, il tentativo di fornire formazione e consapevolezza».
Secondo il dirigente, l'azione della scuola deve rimanere preventiva e non coercitiva, puntando sulla cultura democratica per arginare la violenza:
«Bisogna continuare a investire nella scuola, per insegnare che si può manifestare il dissenso con strumenti democratici, prevenendo la violenza. Mi auguro che i nostri studenti abbiano gli strumenti culturali necessari per capire che una cosa è manifestare è ben altra cosa è saccheggiare. Ci dobbiamo chiedere chi sono questi violenti, da dove arrivano e se sono ancora inseriti nel sistema educativo o se ne sono fuori e perché sono arrivati a tanto».
La posizione dell'Unione degli studenti: rabbia e carovita
Dal canto suo, l'Unione degli studenti di Monza propone una lettura differente delle dinamiche in piazza. Alessandro, rappresentante dell'organizzazione, chiarisce che i saccheggi e i danneggiamenti alle attività commerciali sono avvenuti al termine del corteo e vedono protagonisti giovani spesso privi di una precisa collocazione politica.
Alla base di questi comportamenti vi sarebbe un forte malessere legato alle condizioni materiali:
«Si tratta di gruppi di ragazzi non politicizzati, ma stanchi di patire le difficoltà economiche, del caroscuola dell’acquisto di libri troppo cari, come gli abbonamenti ai mezzi di trasporto e di vedere famiglie che faticano ad arrivare a fine mese». Il rappresentante studentesco, presente alla mobilitazione, aggiunge:
«Ho visto il clima del corteo, perché mi ci trovavo anch’io, e ho visto che si tratta di ragazzi estremamente stanchi del carovita. Hanno partecipato alla manifestazione e quello che è avvenuto dopo è lo sfogo della rabbia. Il nostro ruolo sia come sindacato studentesco su Monza, ma anche come Uds in generale è di intercettare queste persone e non allontanarle come reietti. Si possono disciplinare a un’azione organizzata con gli studenti, un’azione collettiva e non in forme di individualismo di piccoli gruppi che nel tentativo di sfogare la loro rabbia saccheggiano, prendendo dai negozi scarpe, abbigliamento e bevande dai supermercati. Tutto ciò non ha nessuna funzione nel movimento studentesco, ma serve per renderci conto che c’è tanta rabbia e odio verso il sistema».
Social media e omologazione: l'opinione dei docenti
Sul fenomeno interviene anche Mariachiara Nardelli, docente di sostegno e referente per l’orientamento all’istituto Carlo Porta, che individua tra i fattori scatenanti l'influenza pervasiva delle piattaforme digitali e la perdita di spirito critico tra gli adolescenti.
Secondo la docente, il continuo ricorso allo smartphone, percepito quasi come una "terza mano", favorisce dinamiche di omologazione:
«La violenza è insita negli adolescenti, ma non avendo più senso critico, si muovono come un gregge e fanno qualsiasi cosa per manifestare la propria rabbia e la propria fragilità». Una condizione che, conclude l'insegnante, rischia di trascinare i ragazzi in una spirale incontrollata:
«I ragazzi stanno portando avanti una guerra civile senza sapere bene perché, mossi da un lavaggio del cervello che li porta dal conflitto alla guerriglia urbana».