Da qualche anno a questa parte assistiamo nelle nostre scuole a una consuetudine ormai puntualissima: le occupazioni. Come riportato da Il Mattino, queste proteste scattano regolarmente in concomitanza con le prime verifiche di ottobre, subito dopo il primo mese di assestamento scolastico.
Se un tempo si occupava ai primi di dicembre con l'obiettivo di allungare le vacanze natalizie, oggi le motivazioni addotte spaziano su temi di portata geopolitica o ideologica — dalla Palestina alla contestazione di figure mediatiche — fino alle proteste per lo stato degli edifici scolastici. Per quanto riguarda questi ultimi, la manutenzione ricade sugli Enti Locali e gli edifici hanno potuto beneficiare di importanti risorse e finanziamenti.
La crisi del ruolo educativo degli adulti
Di fronte a questo scenario, la risposta alla domanda sulle motivazioni profonde va cercata nella crisi del ruolo educativo degli adulti. Già nel Libro VIII della Repubblica.
Il padre si assuefa a diventare simile al figlio e a temere i figli, e il figlio a somigliare al padre e a non aver vergogna né paura dei genitori, per essere libero... Il maestro in un simile stato teme i discepoli e li adula, e i discepoli si curano poco dei maestri e così pure dei pedagoghi. In generale i giovani si mettono al pari dei più vecchi e li provano a parole e a fatti, mentre i vecchi scendono al livello dei giovani, si riempiono di motti e di piacevolezze e li imitano per non parere spietati e dispotici.
Questo è esattamente il contesto a cui assistiamo oggi. Molti genitori e docenti, anziché esercitare una necessaria funzione di guida e di argine, fanno scudo ai ragazzi inseguendone il favore e assecondandone le pretese, in un atteggiamento spesso dettato da incapacità, debolezza, scarsezza di argomentazioni, mancanza di tempo o scarsa assiduità nei rapporti.
La richiesta di indulgenza e il superamento del Maestro
A causa di queste carenze nell'esperienza familiare, si pretende che vengano ribaltate dalla scuola, alla quale non si chiede una vera educazione o formazione, bensì indulgenza, comprensione, dialogo e la gratificazione di un buon voto, prescindendo dal rispetto delle regole, degli altri e dei beni comuni. In questo modo la scuola perde credibilità e autorevolezza.
Quando la famiglia e la scuola abdicano al proprio ruolo, l'esempio da emulare viene cercato altrove. Nel tempo la figura del Maestro di riferimento — incarnata da scienziati, medici, imprenditori o professori memorabili — ha ceduto il passo all'idolo mediatico, fino ad arrivare oggi alla Rete e ai social media. Qui le personalità si fondono in un magma omologato dove il profilo digitale diventa l'unico io reale.
L'abdicazione al ruolo educativo non produce vera libertà, bensì anarchia e disprezzo di ogni regola.
Rendono così delicata l'anima dei cittadini che, se uno prospetta loro una qualsiasi servitù, s'indignano e non la tollerano. E sai che alla fine non si curano neppure delle leggi scritte o non scritte, per non avere assolutamente alcun padrone... Ebbene, da questa forma di governo così bella e gagliarda che nasce la tirannide: l'eccesso di libertà si trasforma infatti in un eccesso di servitù, sia nel privato sia nello stato.
I genitori e gli insegnanti che oggi incitano o giustificano queste contestazioni dovrebbero riflettere seriamente sul rischio di un'eccessiva tolleranza priva di responsabilità, la quale finisce inevitabilmente per rovesciarsi nel suo opposto.