«Spesso la scuola non riesce a intercettare il disinvestimento perché è proprio la scuola il luogo in cui nasce il disagio». A dichiararlo è lo psicologo e psicoterapeuta Matteo Lancini, presidente della Fondazione Minotauro e docente universitario, in un'intervista pubblicata da Open.

Il termine Neet indica i giovani che non studiano, non lavorano e non si formano. Secondo l'analisi dello psicoterapeuta, l'opinione pubblica tende spesso a liquidarli come fannulloni o figli di un'infanzia troppo viziata, ma dietro questa etichetta si nasconde una frattura ben più profonda e una crescente sfiducia nel mondo adulto.

Il disincanto delle nuove generazioni

Le ultime generazioni, spiega Lancini, affrontano l'adolescenza e la giovane età adulta con una forte disillusione. La società ha promesso loro maggiore ascolto da parte dei genitori e della scuola, ma questa promessa è stata in gran parte tradita. I ragazzi vengono ascoltati soprattutto quando esprimono emozioni che non disturbano gli adulti, mentre tristezza, paura e rabbia vengono spesso respinte o invalidate.

Questo clima di sfiducia si riflette anche nelle scelte lavorative. Per alcuni giovani, il lavoro viene visto non solo come un'attività che sottrae tempo alla vita privata, ma come una proposta degli adulti che richiede di rinunciare a se stessi e di falsificare la propria identità.

Il ruolo della scuola e il controllo degli adulti

Nel corso dell'intervista, Lancini si sofferma sul contesto scolastico e sulle modalità educative contemporanee. Un punto di partenza fondamentale per rispondere al disagio giovanile, secondo lo psicologo, deve essere una scuola pensata per i ragazzi, smettendo di confondere la cultura con la misurazione delle competenze.

Lo specialista evidenzia come l'impatto immediato delle valutazioni numeriche appena gli studenti entrano in classe possa produrre un malessere significativo. A questo si aggiungono strumenti di monitoraggio come il registro elettronico — che secondo l'esperto andrebbe ripensato, garantendo ai ragazzi il diritto di conoscere i propri voti prima dei genitori — e un'eccessiva esposizione mediatica dei bambini fin da piccoli, spesso legata alle esigenze degli adulti.