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Scuola

Dalla Costituzione alla strada: come la scuola è cambiata

Un'analisi sul cambiamento della scuola italiana tra violenza, crisi del ruolo docente e la necessità di recuperare la centralità del sapere.

Vincenzo Schirripa 15 ottobre 2026 · 19:35 4 min di lettura

C’era una volta un tempo in cui varcare il portone di una scuola significava entrare in un luogo solenne e inviolabile. Non per un’aura di autoritarismo, ma perché la scuola rappresentava l'estensione più nobile della Repubblica: il luogo in cui il figlio di un operaio e quello del professionista si sedevano allo stesso banco per conquistare, attraverso la fatica dello studio, gli stessi strumenti di emancipazione.

Oggi quella soglia è diventata permeabile. L'attualità ci consegna con frequenza quasi quotidiana cronache che sembravano impensabili fino a pochi anni fa: docenti aggrediti nei corridoi, genitori che irrompono nelle aule per regolare i conti con i professori, studenti che introducono armi da taglio negli zaini.

La mutazione genetico-culturale della scuola

Come siamo arrivati a questo punto? La risposta non va cercata unicamente nei bollettini di ordine pubblico. Risiede in una mutazione genetico-culturale che ha interessato la scuola italiana negli ultimi trent’anni: lo scivolamento da presidio di istruzione democratica ad agenzia di gestione sociale ed emotiva, lasciata peraltro in totale solitudine ad affrontare complessità come la devianza.

Per comprendere la portata di questo smarrimento, occorre tornare alle radici del nostro sistema scolastico. I Padri costituenti avevano una visione chiarissima: la democrazia si costruisce contrastando le disuguaglianze. L’articolo 3 e l’articolo 34 della Costituzione tracciarono un perimetro preciso. La Repubblica si impegna a rimuovere gli ostacoli economici e sociali che impediscono il pieno sviluppo della persona, garantendo un’istruzione aperta a tutti. Con le grandi riforme degli anni Sessanta e Settanta, l'Italia sceglieva la via dell'inclusione attraverso l'innalzamento del livello culturale generale.

L’autorevolezza del docente non derivava da un potere arbitrario, ma dall’essere l’unico depositario di un sapere codificato. La severità cognitiva e il rigore dello studio erano strumenti di equità: consentivano a chi non aveva risorse familiari di acquisire quel capitale culturale indispensabile per esercitare la propria cittadinanza.

Il passaggio al mercato e la solitudine dell'istituzione

A partire dagli anni novanta la scuola è stata spinta a competere sul mercato della formazione per attrarre iscritti. Gli studenti e le famiglie sono stati progressivamente ridefiniti come "clienti" o "utenti", trasformando la relazione didattico-pedagogica in un’erogazione dovuta. Nel tentativo di evitare la frustrazione dell'insuccesso, le soglie d'impegno e i criteri valutativi si sono abbassati a discapito proprio di quel successo formativo che invece si auspica nella norma.

In questo schema la scuola assorbe molteplici funzioni che non le competono. Deve sostituirsi alle famiglie educando, deve sostituirsi ai servizi sociali intervenendo sulla devianza, deve sostituirsi allo Stato in termini di sicurezza e alle imprese nella formazione. Un’abdicazione totale delle istituzioni intermedie che genera un profondo cortocircuito.

Quando la scuola cessa di essere percepita come un’istituzione dello Stato e viene ridotta a un erogatore di servizi dove il cliente ha sempre ragione, produce una pericolosa disintermediazione dell'autorità. L'ingresso delle armi tra i banchi e le aggressioni ai docenti sono anche la conseguenza di un processo che vede la progressiva svalutazione del ruolo del docente, pagato poco e male, spesso precario, sovraccaricato di burocrazia e chiamato a gestire classi sovraffollate.

Il dibattito e le proposte per il futuro

Del tema si è discusso anche durante il convegno intitolato "Violenza nelle scuole: istituzioni, esperti e studenti a confronto", tenutosi nella Sala dei Baroni al Maschio Angioino di Napoli e promosso dalla testata La Voce della Scuola. L'evento ha riunito istituzioni locali e nazionali, magistrati, avvocati, psicopedagogisti e dirigenti scolastici per affrontare le dinamiche sociali e relazionali all'origine dei conflitti giovanili.

Di fronte a questo scenario, la risposta non può essere né l'indifferenza né la rassegnazione. Bisogna ripartire dal concetto istituzionale di istruzione. Ben venga l’utilizzo dei metal detector come deterrente per sequestrare armi, ma non bisogna rinunciare a impedire che la mano di un minore si armi. Per disarmare la violenza nelle classi serve una sinergia istituzionale attiva e permanente, ripristinando la centralità del sapere, formando il pensiero critico e responsabilizzando le famiglie attraverso la ricostruzione del patto educativo di corresponsabilità.

Tags: cronaca docenti normativa
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