In Italia la quota di giovani Neet — quelli che non studiano e non lavorano — si è dimezzata in un decennio: nel 2025 si attesta al 13,3%, contro il 25,7% del 2015 e il 15,3% rilevato appena un anno fa. In valori assoluti parliamo di 1,2 milioni di persone tra i 15 e i 29 anni. È il dato centrale della ricerca «La condizione Neet. Dati, cause e politiche di un fenomeno in calo», realizzata da Intesa Sanpaolo, Fondazione Cariplo e Scuola di giornalismo Walter Tobagi e presentata oggi a Milano, come riferisce l'ANSA.
Il trend e la composizione del fenomeno
La discesa è costante: dal picco del 2015 (25,7%) si passa al 15,3% del 2024 fino al 13,3% attuale. Dietro la media nazionale si nascondono situazioni molto diverse. Lo studio identifica sei profili tipo: dai giovani esposti al rischio di marginalità ai laureati con aspettative elevate che faticano a trovare sbocchi coerenti, fino alle persone scoraggiate che hanno smesso di cercare e alle donne fuori dal mercato per responsabilità di cura.
Guardando alla condizione attuale, il 35% dei Neet risulta disoccupato (cerca lavoro ma non lo trova), il 33,3% è disponibile a lavorare ma non cerca attivamente, mentre il 31,7% non cerca e non è disponibile (spesso per motivi di salute, cura familiare o scoraggiamento profondo). Questa segmentazione è cruciale per la scuola e i servizi per l'impiego: non esiste un «Neet tipo», ma target diversi che richiedono interventi mirati — orientamento, formazione tecnica, conciliazione, supporto psicologico.
Cosa funziona: i programmi sul territorio
La ricerca non si limita alla fotografia statistica ma racconta esperienze concrete di contrasto al fenomeno.
- ZeroNeet (Fondazione Cariplo, Regione Lombardia, Intesa Sanpaolo): in poco più di un anno ha attivato 55 interventi tra Lombardia e Verbano-Cusio-Ossola, mettendo in rete 459 soggetti (enti non profit, istituzioni pubbliche, imprese). Risultato: oltre 4.500 giovani intercettati e avviati a percorsi di orientamento, formazione, inclusione sociale e inserimento lavorativo.
- Giovani e Lavoro (con Generation Italy): attivo in 15 regioni, dal 2019 ha coinvolto circa 6.000 giovani in 240 classi e 2.500 imprese. L'80% dei partecipanti ha trovato lavoro al termine del percorso.
Entrambi i modelli condividono un metodo: alleanza tra pubblico, privato sociale e imprese, partendo dai fabbisogni reali delle aziende per costruire percorsi formativi brevi e certificati, con tutoraggio costante.
Cosa significa per la scuola e l'orientamento
Per dirigenti, docenti e servizi di orientamento il messaggio è duplice. Da un lato, il calo strutturale segnala che le politiche di questi anni (Garanzia Giovani, duale, ITS, PCTO rafforzati) stanno producendo effetti. Dall'altro, la persistenza di 1,2 milioni di giovani fuori da ogni canale — con una quota rilevante di «disponibili non cercatori» e «non disponibili» — indica che l'intercettazione precoce resta il nodo critico.
- Rafforzare l'orientamento formativo già nel secondo ciclo, per ridurre il mismatch tra aspettative (specie dei laureati) e domanda di competenze tecniche.
- Potenziare i servizi di prossimità (Centri per l'impiego, Informagiovani, terzo settore) capaci di raggiungere chi non si presenta agli sportelli.
- Estendere modelli come ZeroNeet ad altre regioni, usando i fondi europei (FSE+) e la programmazione 2021-2027 per replicare la governance multilivello che ha funzionato in Lombardia.
Prossimi passi
Lo studio sarà messo a disposizione dei policy maker e degli operatori per affinare la programmazione 2025-2027. Per le scuole, l'indicazione pratica è integrare i dati territoriali sui Neet nei Piani triennali dell'offerta formativa (PTOF) e nei patti educativi di comunità, trasformando la statistica nazionale in azione locale mirata.