Un tredicenne torna tra i banchi dopo aver subito aggressioni fisiche. Il padre ha sporto denuncia ai carabinieri e ha detto al figlio una frase che segna una svolta: «Se ti colpisce ancora, reagisci». Accade in una scuola media del Riminese, dove un compagno definito «problematico» — secondo il racconto del genitore — sarebbe l'incubo di studenti e docenti.
I fatti: le aggressioni
La vicenda ha come protagonista Marco (nome di fantasia), studente di una media dell'hinterland riminese. Il primo episodio risale al 23 settembre: un pugno al costato sinistro nei corridoi. Il secondo mercoledì 30 settembre, «a tradimento, in piena pancia». In entrambi i casi l'aggressore è lo stesso ragazzo.
Mercoledì il padre si è presentato dai carabinieri formalizzando la denuncia per le aggressioni subite. Le visite in pronto soccorso hanno escluso lesioni gravi ai tessuti molli, ma gli ematomi sull'addome del ragazzo sono «molto evidenti», riferisce il genitore.
La gestione del conflitto
Il padre esprime profonda preoccupazione per l'esito del percorso legale intrapreso. La sfiducia nasce dall'esperienza e dalla percezione che, all'interno dell'istituto, l'aggressore «sembra poter spadroneggiare liberamente». Il ragazzo sarebbe noto per comportamenti intimidatori anche verso alunni delle prime classi e verso il corpo docente.
Il cambio di rotta: «Puoi difenderti»
Fino a oggi il genitore aveva sempre consigliato la non violenza. Marco è descritto come «alto, atletico, perfettamente in grado di difendersi» e in passato avrebbe già respinto altri coetanei. Ma di fronte alla reiterazione e all'impunità percepita, la linea cambia. «A differenza di quanto gli avevo detto in passato, stavolta sono stato chiaro. Gli ho detto che, se colpito, può difendersi. Anche se mio figlio è il primo a temere le possibili conseguenze».
Il timore del ragazzo è concreto: reagire potrebbe significare guai disciplinari o giudiziari per lui, nonostante sia la vittima. «Mio figlio, quando e se reagirà, ha paura delle possibili conseguenze», ripete il padre.
La richiesta di cambiare scuola
Mercoledì sera, prima di tornare in classe, Marco ha chiesto al padre di cambiare istituto. «Non voglio essere io il problema», avrebbe detto. Una frase che il genitore riporta con amarezza: la vittima si sente in colpa, mentre l'aggressore continua a frequentare le lezioni.
Ieri mattina il tredicenne è rientrato a scuola. «Oggi non ha incontrato il ragazzo che lo ha colpito», racconta il padre. «In futuro, vedremo».
Cosa prevede la normativa sul bullismo
La legge 71/2017 affida alle scuole il compito di prevenire e contrastare il bullismo e il cyberbullismo attraverso un referente d'istituto, un regolamento interno e la collaborazione con forze dell'ordine e servizi sociali. Quando si verificano episodi di violenza fisica, la scuola deve attivare immediatamente le procedure di tutela delle vittime e segnalare all'autorità giudiziaria se sussistono ipotesi di reato.
Per quanto riguarda le tutele, le famiglie sono invitate a consultare innanzitutto il "Regolamento di Istituto", disponibile sul sito web della scuola, che definisce le procedure interne per la gestione delle segnalazioni e le misure disciplinari previste. Qualora l'istituto non dovesse attivare le tutele necessarie, è possibile inoltrare una segnalazione formale all'Ufficio Scolastico Regionale (USR) per l'Emilia-Romagna, organo competente per la vigilanza sull'operato delle istituzioni scolastiche, oltre a poter ricorrere al Garante per l'infanzia.
Il nodo della tutela reale
Il caso riminese riaccende il dibattito sulla distanza tra procedure scritte e realtà dei corridoi. La denuncia penale è uno strumento, ma i tempi della giustizia minorile sono lunghi e l'esito spesso incerto. La scuola può disporre sanzioni disciplinari — fino alla sospensione — ma l'allontanamento definitivo è raro e complesso. Intanto, la vittima vive il quotidiano timore di incrociare l'aggressore.
Il padre di Marco ha scelto la via della denuncia e, di fatto, l'autorizzazione all'autotutela. Una scelta estrema, nata dalla sensazione di abbandono. «Bisogna fermare l'aggressore», aveva detto all'indomani del primo episodio. Oggi, la frase suona come un monito rimasto inascoltato.
Fonte: il Resto del Carlino