Inclusione e pluralità: la sfida della scuola italiana nel dibattito sulle classi
Il dibattito sul tetto alla presenza di alunni stranieri nelle classi si concentra su percentuali e soglie che, da sole, dicono poco di ciò che serve davvero a una scuola per insegnare ed educare bene. Rischiano anzi di trasformare la presenza di bambini e ragazzi in un problema da contenere. È il cuore di una riflessione che parte dalla Costituzione e dalla storia pedagogica del territorio per interrogarsi sul presente.
L'articolo 34 e la voce di Bianca Bianchi
«La scuola è aperta a tutti». L'incipit dell'articolo 34 della Costituzione non è uno slogan, ma un impegno esigente: rendere effettivo il diritto all'istruzione anche quando la società cambia e con essa i bisogni. A ricordarlo è il richiamo a Bianca Bianchi, tra le madri costituenti, insegnante che operò anche nella provincia di Cremona. Nel suo impegno all'Assemblea costituente, sostenne con forza la necessità di non relegare la scuola ai margini degli interessi del vivere sociale, definendola «il banco di prova della intrinseca forza e ricchezza del nostro Stato democratico». Parole che, a ottant'anni di distanza, interpellano direttamente sullo spazio che si intende dare alla scuola nell'immaginare il Paese di domani.
Una tradizione che sa inventare risposte
La riflessione percorre la grande tradizione pedagogica italiana.
- Le 150 ore, che permisero a lavoratori e lavoratrici di tornare a studiare, riconoscendo che il diritto all'istruzione non si esaurisce nell'infanzia.
- Barbiana, dove don Milani e i suoi ragazzi denunciarono una scuola che selezionava proprio chi aveva più bisogno di sostegno.
- Il tempo pieno nelle periferie torinesi, risposta ai bisogni delle famiglie arrivate dal Meridione, offrendo più tempo e maggiori possibilità di partecipazione.
- Scuola-Città Pestalozzi a Firenze, spazio di formazione democratica e sperimentazione nel dopoguerra.
- L'esperienza dei nidi e delle scuole dell'infanzia di Reggio Emilia, con l'idea di Loris Malaguzzi di un bambino ricco di possibilità, capace di esprimersi e apprendere in cento modi.
Non sono modelli da replicare tout court — il contesto è evoluto — ma mostrano come, nei momenti di trasformazione sociale, la scuola italiana abbia saputo cercare risposte nuove per ampliare la partecipazione, partendo da chi rischiava di restarne escluso.
La precondizione mancante: organici e continuità
Oggi la pluralità di lingue, storie e culture interpella didattica e organizzazione. La prima precondizione indispensabile è il sostegno di chi lavora ogni giorno nelle scuole: organici adeguati, continuità, risorse e riconoscimento sociale. Troppo spesso, invece, gli insegnanti si misurano con nomine tardive, personale insufficiente e responsabilità affrontate in solitudine. Per approfondire le procedure di reclutamento e gestione del personale scolastico.
È difficile non vedere, nelle scelte di chi legifera, un deficit di conoscenza di ciò che accade davvero nelle classi: si chiede di rispondere a bisogni sempre più complessi mentre si impoverisce la scuola di risorse, pensiero e legittimazione. Ridurre questa complessità a un tetto percentuale significa spostare l'attenzione dagli strumenti che mancano agli alunni che sono presenti.
Supporto agli alunni con bisogni educativi speciali
In questo scenario di complessità, risulta fondamentale il corretto inserimento degli alunni con disabilità o con Bisogni Educativi Speciali (BES) all'interno delle classi. La normativa vigente impone un'attenzione particolare alla composizione dei gruppi classe, garantendo che le risorse di sostegno siano assegnate in base all'effettiva necessità rilevata dai PEI (Piani Educativi Individualizzati) e non meramente in funzione di soglie numeriche. La continuità didattica rimane il cardine per permettere una reale integrazione, richiedendo che il personale specializzato sia messo nelle condizioni di operare con stabilità all'interno degli istituti.
L'impatto sui ragazzi: «ospiti a casa loro»
C'è una domanda che il dibattito pubblico elude: che impatto si sta creando sui bambini e gli adolescenti di cui si parla? Molti sono nati o cresciuti in Italia, frequentano le nostre scuole, considerano questo Paese casa. Sentir parlare della propria presenza come di un'eccedenza rischia di incidere profondamente sulla percezione del proprio posto nella comunità. L'integrazione parte dalla possibilità di sentirsi parte della scuola e della società in cui si cresce; diversamente, quel senso di appartenenza diventa più difficile da costruire.
La scuola contribuisce a formare il rapporto delle nuove generazioni con la democrazia. Preoccuparsi della prospettiva di crescere ragazzi che si sentono «ospiti a casa loro» non è retorica: sarebbe un esito miope per il futuro del Paese. Resta il dubbio che alimentare questa distanza sia politicamente conveniente per qualcuno; a pagarne il prezzo, però, saranno la scuola, quei ragazzi e, alla fine, tutti noi.