L'integrazione scolastica torna al centro del dibattito pubblico con il recente decreto scuola, che introduce l'obbligo di frequentare corsi di lingua italiana per i genitori stranieri. Una misura che, nelle intenzioni del legislatore, punta a favorire la coesione sociale, ma che solleva immediati dubbi di natura operativa e organizzativa all'interno del sistema scolastico, in linea con quanto delineato nelle recenti disposizioni ministeriali in materia di inclusione.
Secondo quanto evidenziato da Giuseppe D'Aprile, segretario generale della Uil Scuola, il rischio concreto è che l'iniziativa si trasformi in uno slogan elettorale, privo però di una solida copertura organizzativa. Il nodo principale riguarda la capacità dei Centri Provinciali per l'Istruzione degli Adulti (CPIA), già oggi in forte sofferenza, di assorbire questa nuova platea di corsisti.
Il paradosso dei CPIA: 31mila persone in attesa
Il sistema di istruzione per adulti sta affrontando una fase di saturazione senza precedenti. Attualmente, sono oltre 31mila le persone in lista d'attesa per accedere ai percorsi di apprendimento della lingua. L'introduzione di un nuovo obbligo normativo, senza un contestuale potenziamento delle risorse, rischia di paralizzare ulteriormente i servizi offerti dai centri.
Il sindacato sottolinea come l'attuale dotazione organica sia del tutto insufficiente. In particolare, viene richiamata l'attenzione sulla classe di concorso A-23, "Lingua italiana per discenti di lingua straniera (alloglotti)": "I docenti attualmente in servizio non sono sufficienti a garantire percorsi strutturali per l'apprendimento dell'italiano", ha dichiarato D'Aprile in un comunicato diffuso dall'agenzia di stampa ANSA. Senza un incremento significativo di personale specializzato, l'obbligo rischia di restare una norma inapplicabile.
La gestione delle classi
Oltre alla questione dei corsi per i genitori, il dibattito politico si è concentrato sull'ipotesi di un tetto massimo del 30% di alunni stranieri nelle classi. È opportuno precisare che, allo stato attuale, non esiste un decreto legge vigente che sancisca tale soglia in modo perentorio e operativo. Su questo punto, le perplessità espresse dal sindacato restano marcate: i criteri di deroga appaiono poco chiari e rischiano di generare confusione nelle istituzioni scolastiche, scaricando sul personale ATA e sui docenti ulteriori incombenze burocratiche e gestionali.
La posizione espressa dalla Uil Scuola è netta: la vera integrazione non si costruisce attraverso la creazione di "steccati" o l'imposizione di quote, ma attraverso investimenti strutturali.
- Potenziamento degli organici, con particolare riferimento ai docenti di italiano L2;
- Aumento della presenza di mediatori linguistici;
- Riduzione del numero di alunni per classe, per permettere una didattica più inclusiva.
In attesa di vedere come le disposizioni del decreto verranno declinate nelle circolari attuative, resta la preoccupazione per una scuola che, già alle prese con le sfide quotidiane, si trova a dover gestire nuove incombenze senza il necessario supporto in termini di risorse umane e finanziarie.