La ricerca scientifica internazionale compie un importante passo in avanti nella comprensione della salute neonatale globale, grazie anche al contributo del mondo accademico italiano. Un nuovo studio epidemiologico ha analizzato l’andamento della natimortalità e della mortalità neonatale precoce in 17 Paesi a basso e medio reddito, evidenziando una progressiva diminuzione dei decessi nel periodo compreso tra il 1990 e il 2023.
Alla ricerca, pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica internazionale PLOS Medicine, ha partecipato attivamente l’Università di Trieste attraverso il professor Luca Cegolon, docente di Igiene e Medicina Preventiva presso l'ateneo giuliano. Il coordinamento del lavoro è stato affidato al dottor Mohammed Ali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) di Ginevra e al professor Saverio Bellizzi dello United Nations University Institute for Water, Environment and Health di Ontario, in Canada.
I numeri e i Paesi coinvolti nella ricerca
Lo studio si basa su una mole di dati straordinariamente ampia, raccolta nell'arco di oltre trent'anni. I ricercatori hanno preso in esame ben 93 indagini campionarie, note come Demographic and Health Surveys (DHS), condotte direttamente sulle famiglie in contesti in cui i registri dello stato civile possono risultare incompleti o carenti.
In totale, l'analisi ha riguardato 1.019.253 gravidanze riferite da 733.181 donne, residenti in 17 diverse nazioni distribuite tra Africa, Medio Oriente, Asia e America Latina. Nello specifico, i territori esaminati sono:
- Africa: Ghana, Kenya, Malawi, Mali, Nigeria, Rwanda, Senegal, Tanzania, Uganda, Zambia, Zimbabwe;
- Medio Oriente: Egitto, Giordania;
- Asia: Bangladesh, Indonesia;
- America Latina: Colombia, Perù.
Per assicurare la massima uniformità scientifica e allinearsi con gli standard internazionali, gli autori hanno preso in considerazione esclusivamente le gravidanze con una durata di almeno sette mesi (28 settimane di gestazione).
I fattori chiave: istruzione e welfare riducono i rischi
I risultati della ricerca mostrano che il rischio di mortalità perinatale è diminuito in modo costante nel corso dei 33 anni analizzati. Tuttavia, questo miglioramento non si è manifestato in modo uniforme, rivelando profonde disuguaglianze all'interno delle popolazioni e tra i diversi contesti geografici.
Dall'elaborazione dei dati emergono con chiarezza i fattori protettivi che contribuiscono a ridurre sensibilmente il rischio di decesso neonatale e di natimortalità:
- Livello di istruzione materna: un grado di scolarizzazione più elevato della madre si conferma come uno dei più potenti fattori di protezione per la salute del nascituro;
- Condizioni socioeconomiche stabili: il benessere economico familiare influisce direttamente sull'accesso alle cure e sulla nutrizione;
- Residenza in aree urbane: la vicinanza a strutture ospedaliere attrezzate e a personale sanitario qualificato garantisce un intervento tempestivo in caso di complicanze;
- Sistemi di welfare sviluppati: la presenza di reti di protezione sociale e di assistenza sanitaria di base fa registrare tassi di mortalità nettamente inferiori.
Al contrario, i ricercatori hanno individuato un fattore di rischio significativo nell'età della madre: avere un'età materna uguale o superiore a 30 anni risulta associato a un incremento del rischio di mortalità perinatale nei contesti esaminati.
Metodologie statistiche avanzate contro la carenza di dati
Nei Paesi in via di sviluppo, la registrazione ufficiale delle nascite e dei decessi è spesso lacunosa. Questo rende difficile ottenere stime precise sulla mortalità neonatale precoce e distinguere correttamente un caso di natimortalità (morte prima della nascita) da un decesso avvenuto nelle primissime ore di vita extrauterina.
Per superare questi limiti strutturali e correggere le inevitabili sottostime delle indagini familiari, il team di ricerca ha applicato metodologie statistiche avanzate. In particolare, sono state utilizzate tavole di mortalità e un modello matematico chiamato Gompertz-Makeham modificato, che ha permesso di "ripulire" i dati dalle distorsioni e offrire una panoramica estremamente affidabile e realistica dell'andamento storico del fenomeno.
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L'appello dei ricercatori per gli Obiettivi ONU
Nonostante il trend positivo registrato dal 1990 al 2023, la strada da percorrere è ancora lunga. Il professor Luca Cegolon e il dottor Saverio Bellizzi hanno sottolineato come le disparità socioeconomiche continuino a rappresentare il principale ostacolo per una tutela omogenea della salute materno-infantile.
Per accelerare ulteriormente il calo dei decessi, gli scienziati indicano due priorità d'azione urgenti: da un lato, intensificare gli investimenti nei servizi sanitari territoriali dedicati alla salute delle madri e dei neonati; dall'altro, potenziare la qualità e la trasparenza dei sistemi di raccolta dei dati demografici nei Paesi a basso e medio reddito. Si tratta di passaggi cruciali, indispensabili anche per avvicinarsi al raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite (SDG), che impongono una drastica riduzione della mortalità neonatale a livello globale entro i prossimi anni.